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04/08/2011

La casa disabitata (Das ƶde Haus), 1817

Ernst Theodor Amadeus Hoffmann

In questo racconto Teodoro istituisce un’opposizione tra lo straordinario (wundderlich) ed il prodigioso (wunderbar). Todorov li declinerà come étrange e merveilleux. Appartengono al primo “tutte le manifestazioni della conoscenza e del desiderio razionalmente ingiustificabili”, al secondo “tutto ciò che si riterrebbe impossibile, incomprensibile, in quanto sembra andar oltre le forze naturali note.” Il testo declina tutta una sequenza di termini riconducibili all’area delle due categorie: “straordinario” (la casa apparentemente disabitata), “inconsueto” (la forma di una ampolla), “soprannaturale” (vi ricorre l’altro personaggio, Lotario, “il veggente”), “impressionante”, “inquietudine” (die Unruhe), gli aggettivi unheimlich e gespenstig. Altri termini rinviano all’area del magico, del favoloso, alla stregoneria, del mistero (“la misteriosa casa disabitata”), l’arcano, il fatale (“La fatale finestra tenne inchiodato il mio sguardo molto a lungo”). Altri termini ancora rinviano alla pazzia (toll) ed il delirio (“le deliranti immagini fantastiche”). Particolarmente frequente l’uso di seltsam a segnalare ciò che è bizzarro, strano. Hoffmann affida in questo contesto un ruolo molto rilevante al magnetismo, che da una parte ci addita e ci svela i misteri, laddove noi non vorremmo vederne, e dall’altra consente, narrativamente, il passaggio dalla logica di das Prosaische a quella di das Wunderliche.

Che fatti e personaggi della vita reale appaiano infinitamente più imprevedibili e meravigliosi di tutto ciò che la più accesa fantasia sia in grado di inventare, su questo punto ci trovammo d’accordo. – Mi pare, - disse Lelio, - che la storia lo dimostri con abbondanza. Perciò trovo insulsi, insopportabili i cosiddetti “romanzi storici” in cui l’autore ha la faccia tosta di associare ai grandi eventi operati dalle forze eterne reggitrici dell’universo, le puerili invenzioni sbocciate nel meschino tepore del proprio cervello ozioso. – quando veramente ci afferra il senso profondo del mistero insondabile che ci circonda, - intervenne Franz, - allora riconosciamo lo Spirito da cui siamo governati e condizionati. – Ahimé, - sospirò Lelio, - Riconosciamo, tu dici… E invece la terribile conseguenza della nostra degenerazione seguita al peccato originale è proprio la mancanza di questa conoscenza!... – Molti sono i chiamati, - lo interruppe Franz, - e pochi gli eletti!... Ma tu non credi che la conoscenza, o ancor meglio, il presagio del mistero della vita, sia concesso a qualcuno, come un sesto senso?... Per risalire dalle oscure regioni, dove potremmo smarrirci, e tornare alla luminosa realtà dell’attimo presente, vi propongo un paragone forse un tantino risibile: gli uomini dotati di veggenza per le cose soprannaturali mi sembrano un po’ come i pipistrelli, in cui il valente anatomista Spallanzani scoperse un sesto senso finissimo… una specie di tuttofare burlone che non soltanto sostituisce ma supera di gran lunga, in fatto di percezioni, gli altri cinque sensi presi insieme. – Oh oh!... – rise Franz. – Allora i pipistrelli sarebbero veri e propri sonnambuli innati,naturali!... Ma voglio anch’io inserirmi nel luminoso attimo presente, cui tu hai accennato, e farti notare che quel prodigioso sesto senso può rendere capaci di scorgere in ogni cosa – persone, fatti, avvenimenti – quel tanto di eccentrico per cui nella nostra vita abituale non troviamo alcun termine di riferimento , e che perciò definiamo “meraviglioso”… Ma che cos’è poi, la vita abituale?... Ahimè, è un eterno rigirarsi entro una cerchia ristretta, un continuo batter di naso dappertutto, un andar di piccolo passo, misurato, monotono, anche se spesso tentiamo di interromperlo con qualche virtuosistica “courbette”1… Io conosco qualcuno eminentemente dotato del dono di veggenza di cui stavamo parlando. Costui se appena nota un qualcosa di insolito nell’andatura, nel modo di vestire, nel tono, nello sguardo di una persona, spesso anche sconosciuta, è capace di seguirla per giornate intere; e poi di raccontare, sopra un fatto o un avvenimento di nessun conto che nessuno aveva notato, cose di una profondità imprevista… capace di accostare elementi addirittura antipodici e di scovare certe correlazioni a cui nessuno aveva pensato. – Alt, alt! – gridò Lelio. – Ma questo è il nostro Teodoro!... E deve avere per l’appunto qualcosa di speciale per la testa perché sta guardando nel vuoto con certi occhi strani che ben gli conosco!... – Infatti, - incominciò Teodoro rompendo finalmente il su lungo silenzio. – Infatti: il mio sguardo era strano in quanto rifletteva le cose veramente strane ch’io stavo contemplando con gli occhi dello spirito… Ricordavo un’avventura occorsami poco tempo fa. – Raccontacela!... Raccontacela!... – gridarono gli amici. – Ve la racconterò volentieri – continuò Teodoro. – Ma prima devo dirti, caro lelio, che gli esempi addotti per spiegare la mia veggenza li hai scelti piuttosto male. Come avrai letto nella Sinonimica si Eberhard si definiscono “straordinarie” (o inconsuete) tutte le manifestazioni della conoscenza e del desiderio razionalmente ingiustificabili; “prodigioso” (o “soprannaturale”) viene invece definito tutto ciò che si riterrebbe impossibile, incomprensibile, in quanto sembra andar oltre le forze naturali note e anche – aggiungo io – contrapporsi alla naturale tendenza delle medesime. Da ciò potrai comprendere come poc’anzi, parlando della mia presunta veggenza, tu abbia confuso lo “straordinario” col “soprannaturale”. Certo è, comunque, che una cosa deriva dall’altra: spesso noi non scorgiamo il tronco soprannaturale da cui germogliano rami, foglie e fiori straordinari… Nell’avventura che sto per raccontarvi i due elementi si fondono in modo, a mio avviso, molto impressionante -.


1 Cfr. Maupassant, Suicides (1880), in Contes et Nouvelles: “Chaque cerveau est comme un cirque, où tourne éternellement un pauvre cheval enfermé. Quels que soient nos efforts, nos détours, nos crochets, la limite est proche et arrondie d’une façon continue, sans saillies imprévues et sans porte sur l’inconnu. Il faut tourner, tourner toujours, par les mêmes idées, les mêmes joies, les mêmes plaisenteries, les mêmes habitudes, les mêmes croyances, les mêmes écoeurements.”