Testi teorici

PRIMA DI BABELE
Sappiamo all’incirca che cosa è successo dopo l’improvvisa confusione dei linguaggi fra coloro che si stavano dedicando alla costruzione della torre di Babele. Ci sarebbe naturalmente da chiedersi se l’umanità intera si stesse dedicando all’operazione, così che le conseguenze della confusione potessero davvero estendersi ad ogni popolazione, ma occorrerebbe capire come vi si è giunti, che cosa è successo prima della confusione.
C’è da supporre che, esattamente come sta avvenendo negli studi letterari, ognuno abbia deciso di porre se stesso, con i propri interessi, le proprie motivazioni, le proprie curiosità, le proprie inquietudini, al centro del mondo, in una sostanziale autoreferenzialità. È venuto così a mancare un orizzonte comune, condiviso, orizzonte certo costringente, limitante, ma, sia pure fittiziamente, datore di senso. Il “post-moderno” ha determinato la presa d’atto dello sfaldamento di un progetto comune, implicito, che avrebbe dovuto invece consentire di salire sempre più in alto nella costruzione della torre.
Sono nati così, e sono andati proliferando, soprattutto in ambito anglosassone, infiniti ambiti di studio, all’insegna dei “cultural studies”. Sicuramente la vecchia torre cominciava a dare gravi segni d’instabilità, e soprattutto era ormai venuta meno la convinzione di poter operare all’interno di una progettualità comune di senso. Si è accettato di vivere in un universo in frammenti, risultato di una pluralità di componenti eterogenee, in grado però di cogliere una straordinaria congerie di fenomeni altrimenti difficilmente percepibili. Giusto quindi l’allargamento di orizzonte, che è già di per sé un arricchimento, ma sarebbe inutile negare che il rischio dell’operazione, o meglio del fenomeno in atto, sia l’entropia, babele.
Esistono ormai gli Studi Culturali, gli Studi (post-coloniali), gli Studi gay e lesbici, gli Studi queer, la Cultura cyborg, il Postumano, la Scrittura migrante, i Border Studies, i Film Studies, i Jewish Studies, i Music Studies, i Subaltern Studies, i Women’s Studies, la Gender History, ecc. L’elenco si va ampliando incessantemente, disegnando una mappa dei saperi sempre più ampia e più analitica al tempo stesso. Il rischio di questo orientamento è quello di far sì che in un orizzonte così frammentato ognuno s’interessi alla sua opzione specifica, rendendo molto difficile un dialogo trasversale, per la mancanza di saperi condivisi. Se ognuno legge i testi di propria pertinenza (ed ormai la crescita è esponenziale) difficilmente potrà condividere le proprie esperienze con quelle degli altri che hanno una diversa formazione. La scelta di problematiche diverse comporta fra l’altro anche l’adozione di metodologie d’approccio diversificate.
Per evitare che si conviva per “bande” non comunicanti, nella reciproca indifferenza, è forse opportuno ricorrere alla creazione di un canone (termine in genere detestato, ma credo ingiustamente), da intendersi non come struttura normativa, gerarchica, ma come “linguaggio elementare” per comunicarsi, in base a punti di orientamento condivisi (e sempre rivisitabili, aggiornabili) le proprie esperienze, pena l’esilio negli “idioletti” in una sorta di glossolalia dei saperi.