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14/05/2013

Transontologia

Leonardo Caffo

ABSTRACT
Identità sessuale e identità di genere, spesso confuse tra loro, sono oggi analizzate da una prospettiva filosofica, per lo più ontologica, che cerca di comprendere cosa siano (Nicholson 1994; Witt 2011), in che modo sia sbagliato utilizzare il concetto di “identità” per designarle (Stoljar 1995) e, infine, perché nel momento in cui intraprendiamo questa analisi ci troviamo dinnanzi a qualcosa che assomiglia più a un’ontologia in divenire che a un’ontologia statica. Lo scopo di questo articolo, che utilizzerà come caso paradigmatico quello della “transessualità”, risiede nel ragionare su sessi e generi cercando di argomentare, in conclusione, che non ci sono buoni argomenti per continuare a utilizzare le classificazioni standard a proposito della sessualità, oltre che di genere, non solo per motivi ontologici, ma anche per motivi morali.

Parole Chiave: Filosofia del Genere, Filosofia della Sessualità, Filosofia Morale.

L’identità sessuale è spesso intesa come il sesso biologico: l’essere nati maschi o femmine. Già la disgiunzione, spesso intesa come un aut – ovvero come XOR esclusivo booleano -, lascia parecchio a desiderare perché cancella, con un colpo di spugna, le infinite “zone grigie” che potrebbero presentarsi. All’esigenza di definire univocamente, a partire dal biologico, l’identità sessuale corrispondono, come freno, i molti elementi che ci mostrano come non siamo dinnanzi a caratteristiche che consentono facili ontologie ma, piuttosto, a processi dal continuo divenire scaturiti da una complessa interazione tra aspetti biologici, ambientali, psicologici, educativi, e socioculturali. Ovviamente, i cromosomi sessuali, da un punto di vista biologico definiscono effettivamente qualcosa come il “sesso” ma, di certo, non aiutano in nessun modo a comprendere il ruolo dell’identità rispetto a questo “sesso biologico”. Essere di un certo sesso, infatti, non dice nulla – senza che ci sia ancora bisogno di passare al “genere” – rispetto a quella che potrebbe essere l’attrazione erotica di un determinato individuo. Un maschio, infatti, potrebbe essere omosessuale, bisessuale o eterosessuale e tutto ciò è indipendente dalla mera individuazione medica del suo status sessuale. Per questo è oggi ormai accettato in letteratura come, a meno di non voler commettere una fallacia, il genere – concetto assai più complesso – non può essere definito sulla scorta né della presunta, e come abbiamo visto anche difficilmente definibile, identità sessuale né, tantomeno, dal cosiddetto orientamento sessuale. L’identità di genere è solitamente intesa come la convinzione individuale di base di essere un maschio o una femmina. Se l’identità sessuale è qualcosa che si cerca di individuare a partire dal corpo (Rogers 1999) [Corpo X > Sesso X], al contrario, per l’identità di genere è la dimensione del mentale a essere luogo di interesse primario [Mente X > Genere X]. Più avanti cercherò anche di spiegare perché questa distinzione, ai limiti del cartesiano tra mente e corpo, è impropria entro il contesto analizzato ma, per adesso, la si consideri come funzionale al lavoro di chiarificazione concettuale che sto operando. Va da sé, dunque, che già da questo breve prospetto è comprensibile come possa esserci una discrepanza tra sesso e genere: per esempio posso “sentirmi femmina” pur “essendo un maschio” qualora si volesse, ma è da discutere, individuare la dimensione dell’essere con quella corporale e quella del “sentirsi come” con quella del mentale.

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In certi casi, solo falsamente intesi come i più comuni, esiste una comunanza tra sesso e genere per cui, tanto il corpo che la mente, “ci dicono” cosa siamo allo stesso modo. Tuttavia esistono casi in cui il corpo dice A, ma la mente risponde ~A, e viceversa. Cominciamo col comprendere cosa voglia dire essere “transessuale”: condizione di una persona la cui identità sessuale, ma adesso sappiamo che è meglio parlare di sesso, non è corrispondente alla condizione psicologica e mentale dell'identità di genere. Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, anche nella sua quinta edizione,1 continua a riportare tra i DIG – ovvero i disturbi dell’identità di genere – ciò che invece è un processo volto a risanare una frattura essenziale, quella tra mente e corpo, attraverso un processo che – come suggerisce il prefisso “trans” – non fotografa un momento definitivo ma un percorso che si risolverà nell’approdo al maschile o al femminile. Per questo è importante anche fare le dovute distinzioni linguistiche, anche in questo caso disattese attraverso un processo di discriminazione su cui bisognerebbe ragionare a lungo (Adams 1990), che permettono di dire che “un transessuale” è colui che passa da F a M (femmina, maschio) mentre, al contrario, “una transessuale” è colei che passa da M a F; ciò che va guardato, in sostanza, è l’obiettivo finale e non il punto di partenza – il che è ovvio visto che si sta cercando di dare al corpo ciò che la mente già esige da tempo. Una persona transessuale, dunque, persegue l'obiettivo di un cambiamento del proprio corpo, attraverso interventi medico-chirurgici, volti a questo riequilibrio mente – corpo e, proprio a partire da questo dato, è possibile distinguere la condizione di “transgender”. Il transgenderismo è, prima che una condizione individuale, un movimento filosofico che mira a ridiscutere l’ontologia sessuale binaria “maschio/femmina” verso la conquista di un’ontologia in divenire che sappia essere liquida, come liquide sono le identità di genere.

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In un senso del tutto erroneo e riduttivo “transgender” è spesso utilizzato, soprattutto in ambito psicologico diagnostico, come indicazione per una persona transessuale non operata ai genitali. In questa sede vorrei proporre di utilizzare il transgenderismo come sinonimo di “queer”: un rifiuto, non tanto della dicotomia di genere “uomo/donna”, ma proprio un rifiuto stesso del concetto di genere. È possibile identificarsi con entrambi i generi, con nessuno dei due o con una combinazione di entrambi ma tutto ciò, qui comincia a definirsi la mia proposta teorica, è assolutamente indipendente da problemi specifici con la propria identificazione “Sesso = Genere”. Anche una persona, comunemente intesa come “etero”, potrebbe poter aderire al queer per motivi che esulano dalla mera questione di stabilire, o ristabilire, una propria identità (Nestle, Howell, Wilchins 2002) e si risolvono, invece, in questioni più propriamente legate al dominio della morale che non a quello della ontologia. I genderqueer e i transgender, infatti, sono solitamente un'ampia gamma di persone che intendono il proprio genere come diverso da quello loro assegnato alla nascita in base al sesso fisico ma vorrei provare, attraverso l’analisi che seguirà, a mettere in discussione che tale forma di vita sia applicabile solo a chi trova discrepanza tra il sesso e il genere ma che sia, esattamente, ciò che l’ontologia, e poi ovviamente anche il diritto che entro le società norma queste realtà, dovrebbero assumere a prescindere.

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Perché anche chi non ha discrepanza “Sesso ≠ Genere” dovrebbe definirsi “queer”? Attualmente l’ontologia del genere, entro la percezione comune, funziona più o meno così: Figura 1.
Come abbiamo visto dentro quel punto interrogativo si celano molteplici, e difficilmente afferrabili, condizioni spesso in divenire e soggette alle modificazioni temporali. Prima di affrontare i problemi morali che risiedono in questo modo di classificare vorrei provare a esporre, brevemente, due diverse proposte tra loro connesse volte a rappresentare un’immagine diversa della filosofia della sessualità e di genere in accordo a ciò che fin qui abbiamo detto. La prima mutua, in quest’ambito, la proposta di Matthew Calarco a proposito della filosofia dell’animalità da lui definita come “indistinzione” (Calarco 2012): una dissoluzione di un’ontologia ben determinata – in un recupero di certe argomentazioni di Deleuze – in favore della convinzione che ogni ente vivente, in quanto singolarità unica e irripetibile, non possa essere compresso entro classificazioni elaborate che non riguardano, per esempio, il numero degli occhi (su cui è ovviamente facile stabilire una tassonomia), ma identità e sensazioni che, abbiamo visto col genere, competono alla sfera del mentale e della psicologia. Se, come ho sostenuto in precedenza (Caffo 2011), la proposta di Calarco può essere difficilmente sostenibile entro l’ambito per cui paradossalmente nasce (per le sue implicazioni morali), ovvero quello della filosofia dell’animalità, nell’ambito della filosofia del genere acquista un certo valore filosofico. Tale valore dipende dalla possibilità di unire, concettualmente, la proposta di Calarco con la seconda che vorrei esporre: quella che cerca di interpretare l’ontologia della sessualità come una serie soritica. Si consideri quest’altra immagine dell’ontologia sessuale: Figura 2.
In questa rappresentazione, se come nella figura 1 è visibile una classificazione che ha in maschile e femminile le sue polarità, è altresì evidente come questi siano solo gli estremi di una situazione vaga che, a meno di risoluzioni attraverso criteri epistemici o simili, lascia molto spazio all’indeterminato. Le tacche che da “i” in poi separano maschile e femminile possono rappresentare, entro casi specifici difficilmente raggruppabili sotto univoche etichette, diverse situazioni che vanno dalla transessualità alla visione transgender. In che modo interagiscono, la visione dell’indistinto con quella soritica? La teoria di Calarco, più che improntata a risolvere o affrontare la vaghezza, invita a convivere con essa: perché, compreso che il genere può essere un concetto mobile o, addirittura un falso concetto, è necessario obbligarsi a definirlo nella univocità del bivio maschile – femminile? Preso atto che, come nella figura due, esistono numerosi casi di confine in cui, comprendere quando ci si avvicini al maschile o al femminile è assai complesso, perché non tentare – semplicemente – di abbandonare la locuzione “identità di genere” verso qualcosa che sia, piuttosto, un “movimento del genere”?

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E arriviamo, a questo punto, alle implicazioni morali – ora prevedibili – di tutto questo discorso. La nostra società, e la percezione del cosiddetto “senso comune”, tende, oltre che a mescolare insieme i diversi problemi che abbiamo cercato di dipanare (ad esempio sovrapporre orientamento sessuale a questioni transgender), anche a concentrare molte delle sue energie su una tassonomia molto simile a quella delle figura uno in cui, ogni punto interrogativo, deve necessariamente essere inserito in una delle due classi ormai ben note. Questo crea, ovviamente, numerosi problemi: quando il mentale “capisce” di essere in disaccordo con il corpo, iniziando un percorso di transizione, chiarificazione e instabilità, comprendere che nel “mondo” ci sono solo due alternative può causare traumi e, in quel caso si, contribuire a disturbi che spesso sono poi alimentati dalle continue discriminazioni a cui la nostra società abitua coloro che affrontano questo genere di percorsi. L’etica e l’ontologia sono in un rapporto continuo: classificare in un certo modo, questo sostiene inoltre Calarco nell’articolo da cui ho ripreso la sua teoria, può essere preludio di certe discriminazioni facilmente evitabili assumendo altre immagini ontologiche. Se, come capita in questo caso, assumiamo che esistano solo la classe “maschile” e quella “femminile” lasciamo fuori tutti coloro che, per uno degli infiniti problemi a cui abbiamo fatto cenno, non si riconoscono in nessuna delle due classi, allora lasciamo in una sorta di “non luogo” ontologico casi che, invece, non hanno nulla di strano in sé – la presunta stranezza è conseguenza di un’ontologia dicotomica. Se invece assumiamo che, per motivi biologici (cromosomici: sessuali), esistono due estremi – come nella figura due – di una classificazione che ha però al suo interno molteplici casi differenti, conseguenti alla natura squisitamente mentale del genere, “indistinti” – non nel senso che sono tutti uguali – ma che, semplicemente, in quanto identità in migrazione sono difficilmente afferrabili, allora anche i benefici morali dovrebbero essere chiari. Se la scelta è tra due cose, essere la “terza cosa”, fa sempre sentire in errore e conduce sempre a discriminare chi osserva dall’esterno. Ma se non ci sono scelte a forma di bivio, perché l’ontologia assume che il genere sia un oggetto sociale che non ha, come inferiora (mi riferisco al rapporto inferiora/superiora nel senso di Searle 2006) materiale il sesso, bensì le rappresentazioni e i fenomeni mentali, allora anche le discriminazioni sono eliminate alla radice.

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Dovrebbe essere chiaro che, per quanto sia localizzato lo scopo di questo articolo, tale riflessione è applicabile anche a fenomeni quali quelli dell’orientamento sessuale: se intendo l’omosessualità come la negazione dell’eterosessualità sarà sempre problematico pensarla. Se invece liberalizzo, a partire dall’ontologia, tutti i fenomeni che competono tali tipi di scelte (entro limiti morali, si pensi alla pedofilia), molti problemi a cui oggi siamo abituati – come la difficoltà di accettare la diversità in ogni sua forma – possono avviarsi verso la risoluzione. Per comprendere la diversità non bisogna mai tentare di avvicinarsi a essa con un’idea precostituita, ma sempre col desiderio di conoscerla con discrezione, e di lasciarsi stupire (Clément 2005: 59).

 

 


BIBLIOGRAFIA

Adams, C., 1990, The Sexual Politics of Meat: A Feminist-Vegetarian Critical Theory, London: Continuum.
Caffo, L. 2011, “Supermoralità. Un’obiezione costruttiva a Matthew Calarco”, Dialettica & Filosofia, E-Print 2011: Dicembre, pp. 1-5.
Calarco, M., 2012, “Identity, Difference, Indistinction”, The New Centennial Review , Vol. 11, No. 2: 41-60.
Clément, G., 2005, Manifesto del terzo paesaggio, Macerata: Quodlibet.
Nestle, J., Howell, C., Wilchins, R., 2002, Gender Queer. Voices From Beyond the Sexual Binary, New York: Alyson Books.
Nicholson, L., 1994, “Interpreting Gender”, Signs, 20: 79-105.
Rogers, L., 1999, Sexing the Brain, London: Phoenix.
Searle, J., 2006, La costruzione della realtà sociale, Torino: Einaudi.
Stoljar, N., 1995, “Essence, Identity and the Concept of Woman”, Philosophical Topics, 23: 261-293.
Witt, C., 2011, The Metaphysics of Gender, Oxford: Oxford University Press.

 

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