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17/02/2013

Brera bene comune - Accademia delle Belle Arti di Brera, 29-30 novembre e 1 dicembre 2012

Stefano Lucarelli

ABSTRACT. Propongo una riflessione che contribuisca al percorso istitutivo di Brera inteso come bene comune, a partire da tre diverse linee di ricerca: 1. i lavori della Commissione Rodotà, 2. le ricerche di Elinor Ostrom, 3. la teoria dei valori confliggenti di Alois Riegl. Tento poi di porre questo ragionamento nella prospettiva del modello di sviluppo delineato da Keynes, in cui l’indirizzo delle risorse monetarie verso i beni culturali intesi come beni comuni ha la funzione di contenere il movente speculativo e la propensione alla tesaurizzazione che caratterizza un mondo corrotto dall’amore per il denaro.

1. Non faccio il giurista, ma l’economista. È vero che nel significato etimologico della disciplina di cui mi occupo – l’economia politica – un problema giuridico si pone, dal momento che οικο-νομια nomina un ambito di applicazione del νομος: nel suo significato primo l’economia è quell’ambito del sapere umano che si preoccupa delle leggi che regolano l’abitare umano.
Il mio intervento più che riguardare il profilo giuridico di Brera bene comune, cercherà di contribuire a porre in modo fondato le basi per una riflessione che riguardi il percorso istitutivo di Brera inteso come bene comune.

2. Non esiste ancora un accordo circa la definizione di “beni comuni”. L’applicazione del concetto di commons ai beni culturali complica ulteriormente le cose. Muoversi nel caos presuppone l’azzardo di individuare selettivamente dei punti di appoggio. Ne individuerò tre: 1. i lavori della commissione Rodotà, 2. le ricerche di Elinor Ostrom, 3. la teoria dei valori confliggenti di Alois Riegl. Individuerò anche un orizzonte comune in cui proiettare alcuni elementi che trarrò dalla mia riflessione. Questo orizzonte è rappresentato da una parte del pensiero di John Maynard Keynes che resta un’eredità non raccolta dagli economisti e dai politici.
È bene chiarire che il mio è un ragionamento che va affinato. Aspiro tuttavia ad individuare un percorso logico per fare emergere una prospettiva che non sia limitata al ragionamento volgare e scorretto di chi sostiene che: poiché lo Stato italiano sarebbe caratterizzato da un ingente debito pubblico, ciò comporta la necessità di ridurre la spesa pubblica e in particolare la spesa rivolta alla conservazione dei beni culturali; pertanto coloro che hanno a cuore il patrimonio culturale italiano, e nello specifico Brera, non possono far altro che rendersi appetibili ai capitali privati, guardando ad un non ben specificato modello Louvre.
Questa argomentazione, in apparenza ineccepibile poiché ripetuta a pappagallo dai più importanti organi di informazione, si fonda innanzitutto su una premessa sbagliata: la sostenibilità del debito pubblico italiano non dipende dall’eccesso di spesa pubblica accumulata nel corso degli anni, ma dai tassi di interesse crescenti. La risoluzione di questo problema presuppone un intervento che riguarda innanzitutto la politica monetaria europea, e presuppone un ripensamento radicale del ruolo assunto dalla BCE, l’introduzione di forme di controllo sui movimenti dei capitali e, a ben vedere, una ricostruzione su basi diverse dell’Unione Monetaria Europea.2
Vi è poi un secondo errore che, a mio modo di vedere, sta nella perdita di comprensione che affligge innanzitutto chi vive immerso in un patrimonio culturale, ma non è in grado di riconoscerlo. Eppure quando si parla di beni culturali come beni comuni – e quando si aspira a un ancient-contemporary dialogue inside Common Heritage of Umanity – la comprensione è davvero tutto: senza il riconoscimento collettivo, senza la memoria e – punto difficilissimo da argomentare, ma fondamentale – la capacità di far convivere il naturale conflitto che recano con sé i diversi beni culturali, non c’è sopravvivenza per i beni comuni.

3. La commissione Rodotà per la modifica delle norme del Codice Civile in materia di beni pubblici3 ha fatto emergere all’interno dell’ordinamento italiano la necessità di introdurre accanto alla dimensione privata e alla dimensione pubblica, il concetto di “beni comuni”. I lavori – che hanno condotto all’elaborazione dei principi e criteri direttivi di uno schema di disegno di legge delega al Governo (14 giugno 2007) – conducono alla seguente domanda: perché è diventato urgente uno statuto giuridico dei beni comuni? Ugo Mattei, che della Commissione Rodotà ha fatto parte, afferma che ciò dipende soprattutto dalla necessità di porre dei limiti, o meglio delle regole, alla gestione pubblica del patrimonio nel rispetto dei cittadini: «Il dominio pubblico, che nella nostra tradizione si chiama demanio, appartiene allo Stato e agli enti territoriali a titolo di proprietà, proprio come per un privato un appartamento o un’automobile. Esso tuttavia, a differenza della proprietà privata, non gode di alcuna garanzia costituzionale, né riserva di legge né indennizzo se alienato. È per questo che serve la categoria dei beni comuni, che superi il dualismo riduzionista tra proprietà privata, titolare dei diritti, e pubblica, limitata e gravata di doveri. Rispetto ai beni comuni lo Stato può godere solo di una proprietà fiduciaria nell’interesse delle persone titolari di diritti fondamentali e delle generazioni future: i beni comuni sono soprattutto inalienabili.»4
Ma come definire i “beni comuni”? Nella proposta di articolato della Commissione Rodotà si legge innanzitutto che si tratta di «cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio di diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona» e «che devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future.» È inoltre proposta una lista non esaustiva. «Sono beni comuni, tra gli altri: i fiumi, torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate.»5

4. Limitiamoci al momento a riflettere su cosa c’è di comune nei beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate. Per farlo consentitemi una lunga citazione tratta dall’ultimo libro di Salvatore Settis: «“Secondo le stime dell’Unesco, l’Italia possiede fra il 60 e il 70% dei beni culturali mondiali” (rapporto Eurispes 2006) […] “Il Ministro richiama i risultati di un’indagine svolta dall’Unesco, secondo cui il 60% dei beni culturali mondiali ha sede in Italia e, fra questi il 60% in Magna Grecia e, fra questi ultimi ancora, il 60% in Sicilia” (dichiarazioni del ministro La Loggia al Senato, 28 novembre 2001) […] Tali dati, o meglio l’insistenza con cui vengono ripetuti, sono sintomi di orgoglio nazionale e di consapevolezza della centralità del patrimonio culturale in Italia. Ma sono anche dimostrazioni, davvero desolanti, di irresponsabile superficialità e approssimazione. […] Quasi nessuno dice che questi dati sono inesistenti, che non c’è mai stata “un’indagine svolta dall’Unesco” che abbia quantificato il patrimonio culturale del pianeta, assegnando a ogni Paese la propria quota percentuale. […] Dov’è dunque il conclamato primato italiano, se proprio vogliamo cercarlo? Non è nella quantità (inafferrabile: i dati non esistono) ma nella qualità. L’Italia davvero si distingue da molti altri Paesi (anche d’Europa) per qualcosa di particolare. Per l’armoniosa integrazione città-campagna, patrimonio culturale- paesaggio, natura-cultura, che ha forgiato le caratteristiche più peculiari dell’Italia e degli italiani, e che qua e là ancora resiste. Per la diffusione capillare del patrimonio culturale in ogni città, in ogni villaggio, in ogni valle: tale fu infatti la storia d’Italia da innescare importanti commesse artistiche e notevoli talenti per ogni dove, lasciando fino ad oggi tracce assai cospicue nonostante le depredazioni degli ultimi secoli. Infine, per il tasso medio di continuità d’uso in situ di statue, dipinti, monumenti, che traccia attraverso le generazioni un filo rosso ed è per ogni visitatore una straordinaria ragione di attrazione. Nel nostro Paese, i musei contengono solo una piccola minoranza di beni culturali, che sono viceversa sparsi in chiese, palazzi, piazze, case, strade, ma anche nelle campagne lì intorno, per valli e colline: questa diffusione capillare fa il carattere speciale del patrimonio culturale italiano, e non essendo riproducibile ne assicura l’assoluta unicità.»6
Questa secolare armonia fra l’edificato e il paesaggio insieme, la diffusione capillare del patrimonio e dei valori ambientali, infine la continuità d’uso si ritrovano anche nel complesso di Brera, che è insieme pinacoteca, orto botanico, accademia, osservatorio astronomico, strade, suoni, professori, studenti, quartiere…. Un patrimonio irriproducibile – eppure destrutturabile e demolibile attraverso ristrutturazioni sbagliate motivate da mode passeggere e terrorismo mediatico – in cui il tutto è superiore alla somma delle parti.

5. Governare i beni collettivi è un libro pubblicato nel 1990 dalla Cambridge University Press, un libro importante, non solo perché ne è autrice l’unica donna che sino ad ora abbia vinto il premio Nobel per l’Economia: lo scopo di questa fatica sopportata da Elinor Ostrom (scomparsa da pochi mesi) è smontare la tesi di Garrett Hardin, ancora oggi dura a morire nel senso comune: per Hardin i commons sono destinati a non durare, non rappresenterebbero dunque un modello gestionale durevole, ma la sostenibilità di quei beni resi disponibili come commons comporterebbe o la loro privatizzazione, o il ricorso al così detto Leviatano burocratico, cioè un intervento pubblico estremamente invasivo.
Ostrom – a differenza di Hardin che utilizzò come base del suo ragionamento l’esempio atsratto del pascolo di Foster - viaggia in tutto il mondo per raccogliere storie, dati ed esperienze centenarie di commons. Su queste ricerche fonda una proposta politica: l’auto-governo da parte degli stessi utenti delle risorse comuni.
Confrontando tutti i casi studiati, Ostrom elenca i “principi progettuali rintracciabili in istituzioni da lungo tempo responsabili di risorse collettive” che accomunano i casi di successo. Li riporto nella tabella seguente.

Tabella Principi progettuali rintracciabili in istituzionida lungo tempo responsabili di risorse collettive7

  1. Chiara definizione dei confini
    Gli individui o le famiglie che hanno diritto di prelevare unità di risorse dalla risorsa collettiva devono essere chiaramente definiti, così come devono esserlo le modalità d’uso della risorsa collettiva stessa.
  2. Congruenza tra le regole di appropriazione, fornitura e le condizioni locali
    Le regole di appropriazione che limitano tempi, luoghi, tecnologia e/o quantità di unità sono legate alle condizioni locali e alle regole di fornitura che richiedono lavoro, materiali e/o denaro.
  3. Metodi di decisione collettiva
    La maggior parte degli individui interessati dalle regole operative può partecipare alla modifica delle stesse.
  4. Controllo
    I sorveglianti, che controllano attivamente le condizioni d’uso della risorsa collettiva e il comportamento degli appropriatori, rispondono agli appropriatori o sono gli appropriatori.
  5. Sanzioni progressive
    Gli appropriatori che violano le norme operative possono ricevere, con molta probabilità, sanzioni progressive (a seconda della gravità e del contesto della violazione) da altri appropriatori, da incaricati che rispondono a tali appropriatori o da entrambi.
  6. Meccanismi di risoluzione dei conflitti
    Gli appropriatori e i loro incaricati hanno rapido accesso ad ambiti locali dove è possibile a basso costo risolvere i conflitti tra gli appropriatori o tra gli appropriatori e gli incaricati.
  7. Un minimo livello di riconoscimento dei diritti di organizzarsi
    I diritti degli appropriatori di predisporre le proprie istituzioni non sono contestabili da autorità governative esterne.
    Per i sistemi d’uso di risorse collettive che fanno parte di sistemi più grandi:
  8. Organizzazioni articolare su più livelli
    Le attività di appropriazione, fornitura, controllo, applicazione forzata, risoluzione dei conflitti e amministrazione sono inserite in organizzazioni formate da più livelli concentrici.

6. Il culto moderno dei monumenti di Alois Riegl è un contributo importante anche per chi si occupa di economia pubblica e sia impegnato a proporre un’applicazione del concetto di bene comune ai beni culturali.
Il saggio di Riegl rappresenta la base teorica su cui poggia la straordinaria attività nel campo della riorganizzazione della tutela artistica e culturale dell’Impero Austro-Ungarico, che egli intraprese in qualità di funzionario (conservatore generale) tra il 1903 e il 1905.8 È dunque parte integrante di un’esperienza di gestione del patrimonio culturale che viene condotta in modo esemplare in uno spazio denso di contraddizioni: un Impero cosmopolita, che comprende dodici nazioni di differenti ceppi linguistici e di tre religioni. Il fondamento teorico della politica messa in campo da Riegl si fonda su una originalissima teoria del valore che ha il coraggio di affrontare a viso aperto il problema del conflitto fra valori: la teoria dei valori confliggenti.
I valori individuati da Riegl appartengono a sei categorie: 1. il valore intenzionale in quanto memoria; 2. il valore storico attribuito dalla comunità scientifica; 3. il valore dell’antico, cioè dell’opera caduta nel tempo; 4. il valore d’uso; 5. il valore artistico di novità; 6. il valore artistico relativo.
I valori confliggenti devono sopravvivere insieme. Solo la tensione verso il riconoscimento della dimensione collettiva propria delle esperienze artistiche passate, presenti e future può salvaguardare una conservazione culturale. Come è stato detto: «Il valore del conflitto rappresenta […] il filo rosso che collega tutti i valori. Pur non apparendo nel sistema dei valori, è il suo riconoscimento di fatto che lo ispira, lo guida e ne costituisce la ricchezza.»9

7. Se riflettiamo sui beni culturali dal punto di vista della teoria economica mainstream si può riscontrare la seguente regola: l’offerta dei beni culturali è caratterizzata da costi crescenti sia riguardo alla loro conservazione, sia riguardo alla loro fruizione; ciò dipende innanzitutto dal fatto che per il lavoro che li riguarda non opera, se non in modo imperfetto, una legge di produttività crescente dovuta all’evoluzione tecnologica.
Anche per questo il patrimonio culturale si sottrae alle logiche gestionali, produttive e allocative che caratterizzano altri beni. Di questo era senz’altro consapevole John Maynard Keynes:
«Ci siamo persuasi che sia assolutamente peccaminoso da parte dello Stato spendere mezzo penny per scopi non economici […] C’è qualcuno fra noi che non provi una forte emozione quando si presenta l’occasione per tutti quelli che vivono in uno stesso luogo di unirsi per una celebrazione, l’espressione di un sentimento comune, perfino la mera condivisione di un semplice piacere? Siamo sicuri che questa emozione sia barbara, infantile, malsana?»
Le politiche keynesiane non sono riducibili al deficit spending. È vero che, come ha scritto Joan Robinson, «quando Keynes è entrato nell'ortodossia ci si è dimenticati di cambiare quesito [come uscire dalla disoccupazione?], e discutere a che serve l’occupazione»,10 ma è anche vero che lo stesso Keynes indica la necessità di tenere a bada i bisogni relativi, cioè quei bisogni che esistono soltanto in quanto la loro soddisfazione ci fa sentire superiore ai nostri simili. La salvaguardia del patrimonio culturale svolge a riguardo un ruolo centrale.
Il riconoscimento dei beni culturali come beni comuni sta nell’insieme delle prerogative necessarie a costruire l’adeguata struttura istituzionale volta a contenere l’eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale. In questo contesto è possibile governare la socializzazione di una certa ampiezza degli investimenti, senza che lo Stato si assuma la proprietà degli strumenti di produzione, che lo stesso Keynes auspica per determinare un ritmo ottimo di investimento (e non già di spesa priva di determinazioni).11 L’indirizzo delle risorse monetarie per salvaguardare il patrimonio culturale può contribuire ad evitare forme improprie di tesoreggiamento, disincentivando la speculazione senza danneggiare lo spirito imprenditoriale.

8. Mi si obietterà che il modello di sviluppo prefigurato da Keynes non è all’ordine del giorno. Ciò significa più in generale che non vogliamo lavorare per delineare un sentiero di sviluppo in cui un’equa distribuzione dei redditi, un elevato tasso di accumulazione del capitale e un giusto controllo demografico possano condurre gli uomini a cambiare il proprio codice morale considerando il denaro per quel che è, quindi rivolgendo il proprio amore ad altro che al denaro. Allora parlare di patrimonio culturale sarebbe vano.

 

NOTE
1 Si veda l’intervento di Sandro Scarrocchia scaricabile al seguente link http://www.accademiadibrera.milano.it/upload_allegati/Vari/Per%20la%20Grande%20Brera%20il%20progetto%20dell%27Accademia.pdf

 

2 Sono molti gli economisti che hanno dimostrato che le cose stanno così, tra questi Paul Krugman. Una lettura piacevole e adatta soprattutto ai non economisti è il libro di Alberto Bagnai, Il tramonto dell’Euro, Imprimatur editore, 2012. Per una posizione meno radicale ma comunque finalizzata alla costruzione di una nuova Unione Monetaria si rinvia a Massimo Amato e Luca Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo, Donzelli, 2012.

3 Si veda la proposta di articolato e la relazione della Commissione Rodotà scaricabili nella pagine web del Ministero della Giustizia http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.wp?previsiousPage=mg_7_7&contentId=SPS47617 (ultima consultazione 6 Novembre 2011).

4 “La goccia e il vaso. Conversazione tra Lucia Tozzi e Ugo Mattei”, Alfabeta2, n. 6, Gennaio-Febbraio 2011, p. 29.

5 Corsivi nostri.

6 Cfr. Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione Cemento, Einaudi, 2010, pp. 83-85.

7 Tabella tratta da Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia, 2006, pp. 134-135.

8 Sulla straordinarietà dell’operato di Riegl rinvio alla “Nota Biografica” in Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti, a cura di Sandro Scarrocchia, Abscondita, 2011, pp. 105-123.

9 Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti, a cura di Sandro Scarrocchia, Abscondita, 2011, p. 89.

10 Joan Robinson, La seconda crisi della teoria economica (ed. orig. 1972), tr. it. in M. D’Antonio, La crisi post-keynesiana, Boringhieri 1975, p. 111.

11 Rinvio il lettore al capitolo che Giorgio Lunghini dedica a Keynes nel suo ultimo libro, Conflitto Crisi Incertezza. La teoria economica dominante e le teorie alternative, Bollati Boringhieri, 2012.

 

 

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