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29/07/2011

Ripensare l'università

Alberto Castoldi

La tradizione. Siamo abituati ad utilizzare indifferentemente i termini Università ed Ateneo, per definire le nostre istituzioni formative, ed in effetti la coniugazione è particolarmente felice, “Università” sta a segnalare l’apertura dei saperi a tutta l’umanità, dall’altra “Ateneo” fa riferimento alla stella polare della mitologia culturale, vale a dire Atene, la matrice della nostra identità di studiosi.
Atene ha continuato ad essere considerata “la scuola della Grecia” fino al 529 d.C, vale a dire per un millennio. A partire da quell’anno,  quando l’ultima istituzione cui doveva la sua fama, l’Accademia di Platone, venne chiusa per ordine dell’imperatore Giustiniano, gli studenti che vi convenivano ancora numerosi da ogni parte del mondo per seguirne i corsi si dispersero. Atene, ridotta al rango di centro di provincia, ai confini dell’impero bizantino prima e ottomano poi, condusse da allora una’esistenza senza storia.
Ma la memoria del suo splendore, del fascio di luce con cui aveva illuminato il mondo le sopravvisse. Nel 782, quando Alcuino su indicazione di Carlo Magno ebbe il compito di organizzare la Scuola palatina, si avvalse del modello dell’Accademia platonica. Egli si propose di ricostituire presso la corte imperiale una nuova Atene, una cittadella della cultura. Dissoltasi anche questa esperienza, bisognerà attendere i prodromi del Rinascimento perché l’ideale ateniese potesse ricollocarsi sulla scena europea.
A partire dal Quattrocento una piccola città di quindicimila abitanti si rivela in grado di rinnovare la cultura dell’Occidente proprio recuperando il mito di Atene. Poliziano poteva affermare che la cultura greca, estinta da tempo perfino nel suo luogo natale, era resuscitata a Firenze, dove infatti era oggetto di insegnamento. E’ il Poliziano a dar vita ad uno dei primi miti culturali d’Europa, quello di Atene, fatto proprio dagli illuministi: “I Medici – scriverà Voltaire – chiamarono a Firenze i dotti che i turchi venivano cacciando dalla Grecia. Era il tempo della gloria d’Italia: le arti belle vi avevano già ripreso nuova vita, e gli italiani le onorarono col nome di virtù, come i primi greci le avevano distinte col nome di saggezza. Ogni cosa si avvicinava alla perfezione.”
A partire dall’esperienza fiorentina, fra il Quattrocento e la fine del XIX secolo sorsero una dozzina di nuove Atene o Firenze: Edimburgo, Dresda, Weimar, Monaco, e così via. Non ogni sede universitaria poteva ambire a proporsi come l’erede di Atene, occorreva cioè che attorno all’università si creasse una concentrazione di attività artistiche e intellettuali interpretate da protagonisti di spicco, in grado di fare della città un punto di riferimento ineludibile: “Weimar, scriverà Madame de Staël – era detta l’Atene della Germania, e difatti era l’unico luogo in cui l’amore delle arti fosse, per così dire, nazionale, e servisse di vincolo fraterno fra le diverse classi.” Ma Weimar era anche chiamata la “Firenze del nord”, e di fatto la città toscana fu la prima nuova Atene, ma acquisì anche valore d’esempio. Il weimariano Herder presenterà infatti la storia di Firenze come la continuazione di Atene, e nel momento in cui il duca Carlo Augusto e Goethe scompaiono dalla scena, già Monaco si era candidata al ruolo di Firenze bavarese o Isarflorenz, Firenze sull’Isar.
Il principe delle nuove Atene non solo consacra una parte non indifferente del suo bilancio alla protezione della cultura, ma fa di questa attività una delle maggiori prerogative della sua legittimazione. La vita artistica e quella intellettuale sono in costante interazione e l’interesse per la scienza è sempre presente. Non è possibile alcuna rinascita senza la generazione di nuovi talenti. Dovunque si trovi ad agire, lo spirito ateniese valorizza il concetto di un uomo “perfettamente compiuto”. Lo spirito delle leggi e delle istituzioni delle nuove Atene tende a essere liberale e all’avanguardia rispetto ai tempi. Le nuove Atene non pensano di poter rivaleggiare con il modello originario, fatta eccezione per Firenze, tuttavia una parte importante delle loro élite ritiene di condividere un’avventura eccezionale che rasenta il meraviglioso.

L’autonomia. Il modello ateniese è quanto mai impegnativo e attuale anche per noi, poiché si è sempre posto come la culla della democrazia: “L’eredità greca è rappresentata, prima di tutto – scrive Jacques Le Goff – dal gusto per la democrazia.” In verità questo modello non è sempre stato alla base degli Atenei, anche se il concetto di “libertà” ad esso collegato costituisce tuttora il cardine del sistema universitario. Talvolta, purtroppo, l’accademia non ha brillato anche sotto questo aspetto, tenuto conto del numero particolarmente esiguo di docenti che in Italia rifiutarono il giuramento al fascismo e dovettero rinunciare alla cattedra, o tenuto conto del comportamento dell’Università di Bonn che nel 1937 ritirò il titolo di dottore in filosofia honoris causa conferito a Thomas Mann. In una lettera al Preside della Facoltà di Filosofia, che Mann dichiara di non conoscere neppure di nome, così scrive: “La grave complicità, di cui le università tedesche si sono rese colpevoli in tutta la presente sciagura quando, per aver terribilmente frainteso l’ora storica, si fecero incubatrici delle potenze perverse che devastano la Germania moralmente, culturalmente ed economicamente, questa complicità mi aveva già amareggiato da un pezzo il piacere della dignità accademica un tempo conferitami, e mi avevano impedito di farne il minimo uso. Io porto ancor oggi il titolo onorario di dottore in Filosofia, perché l’Università di Harvard me lo ha di nuovo conferito, con una motivazione che, Signor Preside, desidero non Le rimanga ignota. Tradotto dal latino, il documento dice: “noi, rettore e senato, con l’approvazione degli onorevoli ispettori universitari in seduta solenne abbiamo nominato e proclamato dottore in filosofia honoris causa, conferendo tutti i diritti e gli onori legati a questo titolo, Thomas Mann, l’illustrissimo scrittore che, spiegando i problemi della vita a molti dei nostri concittadini, insieme con pochissimi contemporanei custodisce l’alta dignità della cultura tedesca.”
Se cito questi episodi è per dire che anche la splendida tradizione delle nuove Atene, i nostri atenei, non sono immuni da errori e cedimenti, e al tempo stesso per ricordare che l’indipendenza dell’Università è l’essenza stessa del loro ruolo e del ruolo della cultura. In una conferenza tenuta presso l’università di Atene nel 1999, Jacques Derrida rintracciava proprio nell’indipendenza della cultura europea, la sua grandezza, ma anche la sua debolezza: “L’incondizionalità del pensiero, quella che dovrebbe trovare il suo luogo o il suo esempio nell’Università, si riconosce là dove può, in nome della libertà, mettere in discussione il principio di sovranità come principio di potere. Messa in discussione terribile e abissale, non lo ignoriamo. Perché il pensiero allora, quello che là trova il suo luogo di libertà, si trova senza potere. Si tratta di un’incondizionalità senza sovranità, vale a dire al fondo di una libertà senza potere. Ma senza potere non significa “senza forza”. E qui, discretamente, furtivamente, un’altra frontiera è forse oltrepassata, la frontiera che si iscrive e al contempo resiste al passaggio, la frontiera poco visibile tra l’incondizionalità del pensiero (che ritengo la vocazione universale dell’Università e degli “Studi umanistici” a-venire) e la sovranità del potere, di tutti i poteri, il potere teologico-politico anche nelle sue figure nazionali o democratiche, il potere economico-militare, il potere mediatico, ecc. L’affermazione di cui parlo resta un principio di resistenza o di dissidenza: senza potere ma senza debolezza. Senza potere ma non senza forza, foss’anche una certa forza della debolezza. Piuttosto che ritirarsi dietro le frontiere sicure di un campo, di un campus inoffensivo e protetto da autorità invisibili, questo pensiero dell’Università deve preparare, con tutte le sue forze, una nuova strategia e una nuova politica, un nuovo pensiero del politico. E della responsabilità politica. Per fare ciò deve allearsi nel mondo, dentro e fuori l’Europa, con tutte le forze che non confondono la critica della sovranità con l’asservimento, e neppure con la servitù volontaria, tutto al contrario.”

Le due culture. Questo ruolo dell’Università può essere svolto con tanta maggior forza quanto più forte e autorevole è l’ambiente culturale in cui si trova ad operare, ed appare proprio questo, invece, il punto debole di tutto il contesto europeo, e certo debolissimo nel nostro paese. La competizione internazionale obbliga tutti a misurarsi sull’innovazione tecnologica finalizzata, possibilmente, ad una sua rapida applicazione in ambito produttivo. L’esigenza è sempre stata presente, come è ovvio, ma è l’esasperazione attuale ad incidere non solo su aspetti specifici, ma sulla concezione più generale della cultura, penalizzando per l’appunto ciò che non è immediatamente riconducibile a risultati pratici.
Era inevitabile, allora, che una simile concezione entrasse in rotta di collisione con il sistema universitario, che è tuttora la risultante di una riflessione ottocentesca sui saperi, molto nobile, ma chiaramente non in grado di rispecchiare le esigenze dell’epoca attuale. Da molti, troppi anni ormai, l’Università italiana continua ad essere un cantiere aperto. Si è sperimentato tutto e il contrario di tutto, muovendo di volta in volta da istanze anche condivisibili dalla generalità, ma senza aver mai proceduto ad un ripensamento della funzione, delle aspettative degli intellettuali e della qualità dei saperi da mettere in campo, senza mai procedere ad una ridefinizione dell’orizzonte in cui si sarebbero dovuti collocare i saperi.
Si è chiuso il dibattito sulle due culture, quella scientifica e quella umanistica, senza che dal dibattito sia uscita una qualche indicazione utile. Non si tratta ora di riaprirlo, anche se in vari modi viene tuttora richiamato proprio in funzione delle esigenze già menzionate, vale a dire rispondere all’interrogativo: a che cosa deve servire la cultura? Per distinguere poi operativamente fra una cultura utile, quella scientifica, ed una sostanzialmente parassitaria o puramente esornativa, quella umanistica. Non vale la pena rispondere seriamente a simili impostazioni, anche se occorre poi tener conto del fatto che in molti casi agiscono, diventano operative. Occorre piuttosto insistere sul carattere complesso della cultura che comprende una molteplicità di apporti diversi pur costituendo operativamente un tutt’uno: il rigore non può essere disgiunto dall’intuizione, l’immaginario, la fantasia.

Nuova progettualità. L’Università in quanto istituzione, ma anche in quanto luogo di elaborazione e gestione dei saperi deve elaborare una nuova progettualità, che consenta di ricollocare al suo interno gli obiettivi, i paradigmi, l’organizzazione, le procedure. E’ questo un lavoro che non è ancora stato intrapreso e che richiede un ampio confronto di modelli, a livello internazionale.
L’università italiana ha cercato di rispondere, in prima battuta, soltanto ad un dato quantitativo, il suo essere diventata da università elitaria ad università di massa (riforma Berlinguer), ora, con la recente riforma si è affrontato, ancora una volta un problema quantitativo: ridurre il numero dei docenti e quindi contrarre la spesa. Per ottenere questo risultato si sono introdotte una serie di norme, che nulla hanno a che vedere con una riforma, finalizzate esclusivamente a smantellare l’organizzazione vigente, sicuramente complessa e in parte ridondante, per ottenere un dimagrimento. E’ questo il risultato dell’eliminazione delle Facoltà e della riduzione dei Dipartimenti, che dovrebbero sostituirle, che non possono comprendere meno di 35 docenti di ruolo. La consistente riduzione dell’offerta formativa (si aggira attorno al 20% come da copione) non trova nessuna compensazione, ovviamente, nell’ambito della qualità: continuano ad insegnare gli stessi docenti di prima, residuali! Se l’Università è malata, ed è vero, non si capisce come possa essere meglio curata risparmiando sulle medicine.
Nel frattempo tacciono i concorsi, mentre sono stati, con altre norme, consistentemente ridotti i contratti d’insegnamento e gli affidamenti ai ricercatori: si pagano dunque docenti cui non viene affidato nessun compito didattico, e che quindi non acquisiscono nessuna esperienza e non interagiscono né con i colleghi, né con gli studenti. Almeno due generazioni di giovani pagheranno il prezzo di queste norme, dato che fra l’altro è stata abolita ogni forma di precariato. Si potrebbe dire: finalmente! Ma il precariato universitario è di un tipo molto diverso da quello che si svolge in altri ambiti, ed andrebbe considerato in un’ottica molto diversa: iniziazione ai saperi, apprendistato alla ricerca, ecc. Esistono, anch’essi ridotti, i dottorati di ricerca, ma sono poca cosa rispetto all’esigenza di creare nel tempo nuove classi intellettuali.
Si è fatto ricorso alla parola magica meritocrazia, già di per sé discutibile, dato che occorrerebbe stabilire i criteri di applicazione nei diversi ambiti del sapere (ma solo nella ricerca, o non anche nell’impegno, la passione, la capacità di interagire, di fare squadra, di innovare, ecc.?), ma ciò che più conta è che nessuna norma al riguardo esiste (né potrebbe essere diversamente) nella “riforma”, e che coloro che dovrebbero eventualmente applicare i “criteri meritocratici” sono esattamente gli stessi che ora compongono il corpo docente. Il fatto poi che molti laureati italiani lavorino con successo all’estero dimostra ampiamente che i criteri “non meritocratici” (?) attualmente vigenti sono di fatto piuttosto efficaci. Si tenga poi presente che con criteri “meritocratici” non avremmo probabilmente avuto né Marconi né Van Gogh, ecc. Con questo si vuole soltanto dire che è inutile utilizzare parole taumaturgiche, che restano parole.
Ci si aggrappa alle classifiche internazionali, che vedono le università italiane in posizioni assolutamente deludenti. Che la “produttività” dei nostri atenei non sia esaltante lo si può condividere, ma accorre capirne le cause e ovviamente proporre delle soluzioni. Per fare un esempio la stragrande maggioranza delle nostre pubblicazioni è in lingua italiana, e questo significa che quasi nessuno all’estero è in grado di leggere e quindi di utilizzare le nostre ricerche. Naturalmente si va ora adottando anche da noi l’uso della lingua inglese, visto che è indispensabile per essere valutati, ma dobbiamo ritenere che la progressiva scomparsa in ambito accademico della lingua italiana come lingua di cultura è un bene?
Che gli eccessi, le bizzarrie fossero frequenti nei nostri atenei è un fatto, ma il comprimere l’offerta non elimina le “storture” che hanno presieduto alla realizzazione delle bizzarrie, e certo anche agli sprechi, che di fatto continueranno ad esistere.

Proposte. Le considerazioni potrebbero continuare a lungo, svolgendosi in termini sempre più analitici, e sicuramente se si vorrà porre mano ad un ripensamento del sistema universitario occorrerà impiegare molto tempo, ma almeno alcuni interventi rapidi sarebbero necessari, e li elenco qui in sintesi:

  1. Separare le Facoltà (Dipartimenti) di Medicina dal resto delle altre Facoltà/Dipartimenti. Hanno esigenze qualitative e di bilancio assolutamente non comparabili. Non si può porre l’alternativa fra l’attivazione di Cardiologia 2 ed Etruscologia.
  2. Creare due sole fasce di docenza: associati e ordinari.
  3. Sburocratizzare il rompicapo degli insegnamenti che debbono costituire un corso di laurea: stabilire un numero massimo di esami per il triennio ed il biennio, inserire un numero vincolante di insegnamenti, non superiore al 50% del totale, e lasciare che gli altri siano liberamente introdotti dai Corsi di laurea, con lo scopo di salvaguardare una certa “uniformità”, ma anche di consentire la competizione fra i vari atenei, e di favorire la specializzazione dell’offerta formativa.
  4. Verificare, direttamente sul territorio, “ciò che è vivo e ciò che è morto” rispetto alle dichiarazioni spesso roboanti degli atenei, e trarne le conseguenze: eliminare i Centri-fantasma e finanziare quelli che godono di buona reputazione.
  5. Verificare il numero “reale”degli iscritti, e la loro composizione.
  6. Istituire una tassa minima di iscrizione per gli studenti, superiore a quella media attualmente in vigore nei vari atenei. In molti casi è addirittura offensiva: un prodotto, l’insegnamento, a così basso prezzo è spregiativo del prodotto stesso.
  7. Effettuare un monitoraggio quantitativo della ricerca, ogni anno. (che cosa si pubblica e dove). La valutazione richiede troppo tempo, è molto costosa e comunque largamente soggettiva. Se i finanziamenti avverranno in base a questa valutazione (avviene in Francia e può essere migliorata), i membri dei futuri Dipartimenti saranno loro stessi interessati ad acquisire sempre di più colleghi “produttivi”, che facciano incrementare le risorse a disposizione, e a disincentivare al contempo l’arrivo di persone scarsamente preparate o “inattive”. Ogni Dipartimento sarebbe incentivato a selezionare dai concorsi nazionali i colleghi in grado di alimentare la ricerca ed i benefici connessi, sarebbe questa una garanzia assai più efficace che non l’adozione di una presunta “meritocrazia”.
  8. La richiesta dei finanziamenti dovrebbe essere massimamente semplificata, e l’utilizzo dei fondi “ragionevolmente” agile. Quello che invece dovrebbe essere rigoroso è il vaglio dei risultati. Ciò che non avviene quasi mai. Chi non ha ottenuto risultati apprezzabili dovrebbe essere penalizzato con l’interdizione per un certo tempo dalla possibilità di presentare nuove richieste di finanziamento.

Sicuramente si potrebbero fornire molte altre indicazioni e formulare altri auspici, ma io credo che già questi interventi potrebbero rilanciare la nostra università, In una prospettiva come quella qui delineata diventa del tutto secondario mantenere o abolire il valore legale del titolo di studio, occorre invece tener presente che in un paese in cui più del 90% delle aziende ha meno di dieci addetti, non ci sono sbocchi qualitativamente adeguati per i neolaureati, che svolgono (coloro che riescono ad avere assunzioni a tempo indeterminato) mansioni generalmente molto al di sotto delle loro competenze e delle loro ambizioni. La fuga dei cervelli all’estero (non tutti potrebbero ragionevolmente trovare posto in una Università ampiamente sotto finanziata!), è dovuta innanzitutto al fatto che il mondo produttivo italiano offre scarse possibilità di impieghi gratificanti, fatta forse eccezione per il mondo della moda. Sarà opportuno allora aver presente questo quadro, al di là degli interventi di pura retorica, per approntare quel ripensamento complessivo che richiederà tempi lunghi ed un ampio dibattito.

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