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27/11/2012

L'arte ├Ę etica: la filosofia al Tate Britain

Leonardo Caffo

ABSTRACT
Che cosa tiene assieme gli “oggetti d’arte” esposti al Tate Britain di Londra? Ovvero, in che cosa si assomigliano, e cosa fa si che si trovino tutti all’interno dello stesso edificio? Domanda-pretesto per ragionare, ancora una volta, su cosa è arte, e cosa no (Chiodo 2007): interrogativo che attraversa la storia dell’estetica da Platone a Danto. Ma se fosse l’etica, nel senso della volontà di rappresentare istanze etiche, a tenere insieme i “pezzi di un museo”? E se solo ciò che è etico fosse artistico? L’articolo rappresenta una proposta a due direzioni: (debole) ciò che accumuna gli oggetti artistici è la loro istanza etica; (forte) artistico è solo ciò che è rappresenta istanze etiche.

 

1. Confusione al Tate Britain

«L'arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla,
e indica il contenuto del futuro»
Vasilij Kandinskij, Punto, linea, superficie

Qualche tempo fa mi trovavo a Londra per un viaggio di piacere. Tra le varie attrazioni offerte dalla capitale inglese, mi capitò di visitare il Tate Britain. Lungi dall’essere un’esperienza che si risolve nel personale, una domanda – classica – continuava ad attraversare i miei pensieri mentre ne visitavo le stanze: ma cosa tiene insieme tutti questi oggetti? Non mi interessa, in questa sede, comprendere la natura ontologica dei singoli oggetti d’arte: osservarne la loro natura sociale, il loro avere una base fisica, ecc. (rimando, in tal senso, a Ferraris 1997). Ciò che proprio vorrei cercare di comprendere è cosa rende ognuno di quegli oggetti un oggetto “da Tate Britain”: ovvero da museo, degno di contemplazione e rispetto … un oggetto d’arte, insomma. Al Tate Britain (come al Tate Modern, e in qualsiasi altro museo) c’è davvero di tutto: da “Satana punisce Giobbe con piaghe infuocate” (William Blake, 1826) alla litografia “The Great Bear” (Simon Patterson, 1992). Osservando la diversità delle opere, e l’apparente semplicità di alcune di queste, viene davvero da esclamare “Che cosa è arte?” (Chiodo 2007) senza la paura, diffusa senza motivo, di essere etichettati come dilettanti da qualche presunto esperto. Diciamolo senza remore: i vari criteri offerti, e costantemente violati, volti a delimitare i confini delle rappresentazioni artistiche sono sempre stati elusi; dai semi-convenzionalismi di derivazione wittgensteiniana “arte è tutto ciò che è ritenuto come arte”, perché il contenuto non può essere distinto dalle pratiche connesse all'arte come forma di vita (Wollheim 1968), fino ai realismi estetici di Roger Scruton, gli oggetti del Tate Britain sembrano ancora slegati fra loro: un visitatore vicino a me, mentre osservavo i quadri nella sala in cui è esposto “Chain Pier, Brighton” (John Constable, 1827), continuava a guardare un estintore posato momentaneamente su una sedia gialla (quella del custode) con un’ammirazione, talmente genuina, che non ho avuto il coraggio di dirgli che si trovava dinnanzi ad un “normale oggetto”. Ecco il punto: oggetti normali e oggetti artistici, quale differenza? Si va oltre il dissacrante gesto della fontana/cesso di Marcel Duchamp, perché ciò che vorrei tentare di dire è che: non solo esiste qualcosa che tiene insieme gli oggetti del Tate Britain (e anche la fontana di Duchamp, insieme alla Gioconda di Leonardo), ma che questo qualcosa esclude anche la sedia gialla e l’estintore, non me ne voglia l’anonimo compagno di visite al museo londinese. Quanto segue è un tentativo di risolvere la confusione del Tate Britain in due direzioni: (debole) ciò che accumuna gli oggetti artistici, anche i più distanti fra loro, è la loro istanza etica; (forte) artistico è solo ciò che è rappresenta istanze etiche.

 

2. Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è etico
Iniziamo con la proposta più “debole”: ciò che accumuna gli oggetti artistici è la loro istanza etica. Pensiamo, anzi pensate, a un qualunque oggetto d’arte: se ho ragione, ogni vostro pensiero verterà su un oggetto con chiara valenza etica. Si potrebbe obiettare, a ragione, che si può facilmente vedere un risvolto etico in dipinti come La scuola di Atene (Raffaello Sanzio, 1509-1510) mentre non è ben chiaro, ma è solo uno tra i molti esempi possibili, quale sia il valore di rappresentazione etica in dipinti come Improvvisazione 19 (Vasily Kandinsky, 1911). In realtà è tutta una questione di contenuto più o meno esplicito, ma nessun artista rappresenta per il puro gusto di rappresentare: ad essere rappresentato, insomma, è sempre qualcosa. Quel qualcosa che, per contrappasso, mancava nella sedia e nell’estintore del Tate. Si consideri proprio il quadro di Kandinsky che ho citato (Figura 1).
L’immagine in questione, e non solo per il sottoscritto, è carica di valenza etica: con quella donna isolata che simboleggia la solitudine, mentre le tre figure (o forse più) si allontanano nel nulla; ma i colori, sfavillanti e accessi, tendono verso chi dovrebbe essere discriminato tosto che verso il gruppo, che si fa forza della (e nella) sua indifferenza che sprofonda nel blu mesto. Ora: anche le opere apparentemente più lontane dalla ipotesi debole che qui sostengo, hanno invece un profondo valore etico che le lega al complesso artistico, come prodotto intenzionale dell’umano. Si pensi a An Oak Tree (Michael Craig-Martin, 1973: Figura 2).
Un bicchiere d’acqua su una mensola, opera conservata alla National Gallery of Australia ma di cui una copia, casualmente, è in prestito proprio alla Tate gallery. Chi potrebbe spiegare, adesso, a chi scambia estintore e sedia per arte che, anche questo, non sia opera di un custode che lascia il suo bicchiere incustodito? Beh, in un primo caso, torna qui utile, il criterio sottilmente ripetuto fin qui, ma ancora non esplicitato: l’arte presuppone innazitutto un processo di creazione intenzionale (in Chiodo 2011 è inoltre inserito “l’utile” come essenziale obiettivo del processo). Ogni opera ha dietro un autore, un individuo (o un insieme di individui) che la concepisce in un certo modo (ecco sfumare l’artisticità dell’estintore sulla sedia). Ma non basta, questo processo intenzionale – nel mondo dell’arte – è sempre un processo etico: anche nel caso di Craig-Martin e del suo bicchiere posto in alto, su una mensola che rende un oggetto quotidiano un oggetto di valore, a simboleggiare la profonda importanza dell’acqua come fonte di vita che, all’epoca della crisi ecologica e dell’inquinamento delle sorgenti, si trasforma in una chimera per pochi fortunati. Ma veniamo, dunque, all’argomento vero e proprio:

P1: Ogni oggetto d’arte veicola valori etici;
P2: Se ogni oggetto d’arte veicola valori etici, allora ciò che accumuna gli oggetti d’arte è la proprietà di veicolare tali valori;
C: Dunque: l’arte è rappresentazione di istanze etiche.

La prima premessa parrebbe essere giustificata da un dato contingente: non siamo in grado di pensare un oggetto artistico che non sia anche un oggetto portatore di istanze etiche. Tuttavia, come si vedrà durante l’argomentazione della parte “forte” della mia proposta, questo è un fatto necessario: un oggetto artistico è artistico se e solo se veicola istanze etiche (ma lo vedremo dopo). La seconda premessa è una parafrasi stringata di un fatto: la proprietà di veicolare istanze etiche, attraverso un processo intenzionale, è l’unica proprietà che hanno in comune gli oggetti artistici. Dalla prima e la seconda premessa, del resto, deriva la conclusione che l’arte sia rappresentazione di istanze etiche. Attenzione: che l’arte non sia anche rappresentazione di istanze etiche, ma solo rappresentazione di istanze etiche, è legato ancora una volta all’argomentazione “forte” che verrà svolta a breve.
Questo argomento, in realtà, permette anche di sostenere una forma di realismo legato all’arte, non diverso da quello sostenuto da Scruton (Scruton 2011), ma in cui il contenuto rappresentazionale da ancora alla realtà è di natura diversa. Secondo Scruton, infatti, possiamo dire che la Gioconda è “più bella” (nel senso che rappresenta una “forma” migliore di oggetto estetico) di un murales qualsiasi in una periferia di Berlino: e questo giudizio non è soggettivo, ma speculare al giudizio “2+2 non fa 5 ma 4” (ovvero oggettivo). In Scruton non è chiara la natura di questo realismo, che in questa sede diventa invece possibile con la retrospettiva del contenuto etico che l’opera d’arte x veicola. Provo ad essere più chiaro, giacché si tratta più di una proposta di lavoro che di un argomento vero e proprio: quanto più un dipinto (o un’opera qualsiasi) è in grado di veicolare istanze etiche “corrette”, tanto più quel dipinto è bello. La Gioconda di Leonardo, dunque, non è più bella di un murales qualsiasi perché frutto di una tecnica più complessa: non stiamo paragonando dei frigoriferi! Ciò che rende la Gioconda più bella, esteticamente più articolata, è il suo rimando di significati etici: ed è sulle spalle di un realismo etico (cosciente che né esistono svariati tipi, e diverse teorie in competizione, su cui ora non ci si può soffermare) che è possibile argomentare per un realismo estetico.

 

3. No etica? No estetica.
Dicevo, appunto, della versione forte dell’argomento: artistico è solo ciò che rappresenta istanze etiche. L’arte è un’attività sociale: nel senso che lavora con oggetti sociali, socialmente costruiti (seppur non soggettivi, cfr. Ferraris 2009), molto diversi dagli oggetti concreti (mari, monti, pianeti, ecc.). Stiamo dunque parlando di oggetti per cui, anche nella più audace delle ipotesi (quella di Searle, e la sua “intenzionalità collettiva”), è possibile solo un realismo debole se non, come nel caso di Derrida nella Grammatologia (o, più precisamente, di Ferraris e della sua Documentalità) un testualismo debole. Quando dunque dico che arte è solo ciò che veicola etica non sto pretendendo di svelare un fatto indipendente dall’umano, ma qualcosa di umano che appartiene alle nostre pratiche (in questo caso, il riconoscimento di cosa sia arte e cosa no) ma che non accettiamo come fenomeno assodato. Ciò che sostengo è che si sia sempre accettato come artistico solo ciò che è etico, perché questa è la funzione che inconsciamente diamo all’arte: la capacità umana di rappresentare la dimensione morale della vita, dal senso di stupore per la natura delle inscrizioni nelle caverne, fino alla dissoluzione dell’umano nelle distorsioni del surrealismo. È artistico solo ciò che è etico perché, tautologicamente, questo è il fenomeno principale che sottostà all’insieme di regole che governa il gioco dell’arte. Non è che non sia possibile una rappresentazione non etica, semplicemente questa non farebbe parte delle regole dell’arte, come muovere un pedone come se fosse un alfiere è possibile, ma non concesso dal gioco degli scacchi.
Ci sono dunque delle regole che tengono insieme le opere del Tate Britain, di cui la principale è “rappresenta istanze etiche”.
L’estintore riposi in pace sulla sedia.

 

BIBLIOGRAFIA
CHIODO, S. Che cosa è arte: la filosofia analitica e l'estetica, Utet, Torino 2007.  
CHIODO, S. Io non cerco, trovo: un empirismo contemporaneo, Bollati Boringheri, Torino 2011.
FERRARIS, M. Estetica Razionale, Raffaello Cortina, Milano 1997.
FERRARIS, M. Documentalità: perché è necessario lasciar tracce?, Laterza, Roma - Bari 2009.
SCRUTON, R. La bellezza. Ragione ed esperienza estetica, Vita & Pensiero, Milano 2011.
WOLLHEIM, R. Art and Its Objects: an Introduction to Aesthetics. Harper & Row, New York 1968.

 

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