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31/05/2012

Su L'AUSTERITÀ È DI DESTRA di Brancaccio & Passarella. Impressioni e note di lettura

Hervé Baron

Da un po’ di tempo, uno spettro sembra aggirarsi per l’Europa: lo spettro dell’austerità. Pareggio di bilancio, taglio della spesa pubblica, aumenti delle entrate sono il mantra che sentiamo ripetere continuamente nel circuito mediale. E intanto la grande recessione continua ad aggravarsi. Ma se l’austerità fosse il rimedio che peggiora la crisi invece di risolverla? Se i tagli e l’aumento delle tasse invece di risanare il bilancio deprimessero ulteriormente l’economia e quindi il gettito fiscale? Queste sono domande legittime e importanti non solo per l’economista di professione, ma anche per il lettore colto e per coloro che vogliono cercare di capire il momento storico in cui vivono – e non esserne (solo) gli spettatori passivi.
Ecco perché la comparsa del volume di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella (d’ora innanzi: gli Autori) “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa” rappresenta un evento per certi versi notevole nell’altrimenti asfittico dibattito italiano sulla crisi e sui rimedi per uscirne.1 Si tratta, infatti, di un’analisi che può essere apprezzata non solo dal lettore appassionato seppur non specialista, ma anche da chi non condivide, in tutto o in parte, il punto di vista degli Autori. Quest’ultimo è altresì il caso di chi scrive. E, dato che, per dirla con Althusser, “non esistono letture innocenti”, dichiariamo subito di quale lettura siamo colpevoli: di una lettura socialista & libertaria. Nel prosieguo, dunque, ci concentreremo sulla presentazione dei punti che più ci hanno colpito, in positivo o in negativo, durante tale lettura.

Cominciamo dal titolo: L’austerità è di destra. Che vuol dire? Come chiarisce uno degli Autori in un’intervista rilasciata successivamente alla pubblicazione del libro,2 significa che l’austerità è classista, ossia che essa va a vantaggio di qualcuno, oltre che essere frutto di decisioni ben precise. Dunque l’austerità non è affatto una questione neutrale e tecnica, ma il risultato di scelte politiche nette, riconducibili a ben definiti interessi sociali. In realtà, c’è anche dell’altro: il libro era nato, in origine, come risposta a un altro pamphlet pubblicato, sempre presso lo stesso Editore, da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sotto il titolo di: “Il liberismo è di sinistra”. Ma, in fase di elaborazione dello scritto, gli Autori hanno scelto (e ciò sia detto a loro imperituro merito) di “andare oltre” una polemica che probabilmente sarebbe risultata sterile (a quelli che vengono definiti “ossimorici liberisti di sinistra”, infatti, vengono dedicate solo poche righe all’inizio del cap. 14) per concentrarsi sull’analisi della realtà e formulare delle proposte di politica economica alternative rispetto alla vulgata corrente.

Veniamo ora all’Introduzione. Ove si chiarisce che, a dispetto della forma divulgativa adottata, il ragionamento svolto dagli Autori è un ragionamento teorico che poggia su ben definite basi analitiche, altre rispetto al paradigma dominante. Qui una possibile perplessità può derivare dal fatto che, mentre il paradigma dominante viene messo a fuoco in modo completo e soddisfacente, non altrettanto avviene riguardo a quello “alternativo”, il quale, tra l’altro, sembra (invero dalla lettura del testo più che da quella della bibliografia) quasi coincidere con l’elaborazione teorica di uno dei due Autori. Viene anche spiegato, seppur implicitamente, che il paradigma dominante si basa su “microfondazioni”, cosa che lo espone al rischio della “fallacia della composizione” di keynesiana memoria. Ed infatti gli Autori ci dicono, a p. 11, “[p]er analogia […] si ritiene che pure un’economia nazionale afflitta da debito debba essere governata secondo i crismi del buon padre di famiglia incarnati da Polonio, che suggeriva a Laerte di essere frugale, di non dilapidare le risorse scarse e di non chiedere denaro in prestito”. Al contrario, invece, il paradigma alternativo parte da una dimensione “autenticamente macro”, ossia a livello di sistema. E, come chiunque abbia qualche nozione di teoria dei sistemi può agevolmente comprendere, le regole che valgono per un sistema non sono le stesse che valgono per le sue parti, singolarmente prese. Di conseguenza viene individuata subito la fallacia della composizione che l’intero saggio si incaricherà di dimostrare: tutti in Europa dicono di voler cercare di fare come la Germania, ma si tratta di un progetto destinato al fallimento.

Passiamo dunque al Capitolo 5. Esso è interessante, oltre che per le stoccate contro il cospirazionismo, anche e soprattutto per come ricostruisce la dinamica sociale strutturale del sistema capitalistico. Se, infatti, si tratta, da un lato, di un meccanismo impersonale, in cui gli attori in carne e ossa non sono che “maschere di carattere”, o meglio, “personificazioni di categorie economiche” (come dice Marx nella Prefazione alla prima edizione del primo libro de “Il capitale”), è pur vero, dall’altro lato, che ogni interesse deve poi “incarnarsi”, o, più in generale, “inclassarsi” in individui concreti. Un esempio lampante dell’applicazione di quest’impostazione è fornito più avanti nel libro, a p. 109, in cui gli Autori dichiarano testualmente: “La verità è che Marchionne non è né buono né cattivo: egli è solo un’equazione, è una mera funzione del meccanismo di riproduzione del capitale” (corsivo aggiunto).
Quindi, se è irrilevante, oltre che banale, fermarsi ai nomi e cognomi di singoli e/o all’individuazione di “gruppi di individui” quali architetti occulti di ciò che accade,3 è anche vero che i vari interessi sono sempre rappresentati da qualcuno, persona o istituzione che sia (e anche le istituzioni sono composte, in ultima istanza, da individui, pur non essendo riducibili ad essi). Il segreto per comprendere la data situazione concreta, sembrano dirci gli Autori, sta nel capire gli snodi, le congiunture, le contraddizioni della Storia, i quali poi si incarnano in chi (ma il chi è del tutto secondario) ha meglio saputo interpretarne il divenire. Il tutto viene presentato facendo riferimento ad un Althusser alquanto “hegelizzato”, almeno a parere di chi scrive. Si pensi agli individui “cosmico-storici” del filosofo di Stoccarda. Solo che qui, invece di esserci singoli che riescono ad assecondare l’automovimento dello “Spirito del mondo”, ci sono singoli e/o gruppi di individui che riescono ad assecondare il meccanismo autoriproduttivo del capitale.

Veniamo al Capitolo 9, in cui si dice ciò che anche altri economisti “critici dell’euro” (si vedano, tra i molti esempi possibili: Jacques Sapir4 e Alberto Bagnai5) da un po’ di tempo vanno ripetendo, e cioè: se proprio si vuole trovare un villain nell’attuale quadro europeo, ebbene, quello è la Germania. La quale, indipendentemente dal fatto di aver voluto l’euro (come sostiene, p. es., Sapir6), o di essere stata costretta ad entrarvi (come sostiene, analizzando in particolare le posizioni della Bundesbank e il rapporto di quest’ultima con le altre istituzioni tedesche, ad es. Marcello De Cecco7), una volta concretizzatasi la moneta unica ha saputo piegarne il meccanismo (peraltro ampiamente difettoso, come una schiera di economisti, sia “eretici” che “ortodossi”, aveva a suo tempo denunciato8) a proprio esclusivo beneficio – facendo dumping sociale. E come è riuscita a realizzare tutto ciò? Qui, a nostro parere, nonostante il punto sia stato ampiamente sviscerato in vari interventi,9 vale il motto degli antichi: reperita iuvant. Cercheremo dunque di chiarirlo ulteriormente, senza troppo “spargimento di sangue”.
Innanzitutto: la Germania ha praticato la deflazione salariale. Ma come, si dirà, i salari tedeschi non sono molto più elevati di quelli, p. es., dei Paesi del Sud? Bisogna tener conto di due fattori:

  1. che la dinamica relativa delle competitività non si basa sui livelli ma sui saggi di variazione dei salari. E i salari nominali tedeschi tra il 2000 e il 2010 sono cresciuti di appena l’undici percento, a fronte di un aumento medio nella zona euro del ventisette percento, mentre, nel medesimo periodo, nella zona euro i salari reali sono cresciuti del cinque e mezzo percento, a fronte di una crescita zero in Germania (come per altro, gli Autori dicono, sia nel libro che in successivi interventi); e
  2. che il mercato del lavoro tedesco è caratterizzato da una forte dualità, e perciò, come ci ricorderebbero sia Alberto Bagnai10 che uno degli Autori,11 “la Germania non è la Volkswagen”!

In secondo luogo: la Germania ha praticato la svalutazione. Ma come, si darà di nuovo, l’introduzione dell’euro, oltre a far diminuire il differenziale dei prezzi tra i vari Paesi, non ha reso impossibili “sleali pratiche di svalutazione competitiva”? In realtà, visto che l’inflazione è stata, sia prima che dopo l’introduzione dell’euro, sistematicamente più alta fuori dai confini tedeschi, i prezzi sono cresciuti, in Germania, di meno che in tutti gli altri Paesi dell’eurozona. Ma, siccome quello che conta ai fini della competitività di prezzo di esportazioni e importazioni non è il livello dei prezzi in un determinato Paese, bensì l’evolvere del rapporto fra i prezzi di quel Paese e quelli della sua controparte nello scambio, ciò che si chiama tasso di cambio reale, il persistere di differenziali d’inflazione positivi, per quanto esigui, tra essa e i partner ha consentito alla Germania una svalutazione reale rispetto a tutti i Paesi dell’eurozona.12
Infine, gli Autori riprendono e sviluppano l’argomento secondo cui l’austerità è destinata a non raggiungere alcuno degli obiettivi che dichiara di perseguire. Essi, a p. 72, ci dicono che “[i]n definitiva, il tentativo di riassorbire il deficit verso l’estero attraverso l’austerity finisce per alimentare la sfiducia dei mercati, accresce gli spread e sospinge il [P]aese verso quella che Irving Fisher, nel 1932, definì una «deflazione da debiti»”. Quindi l’austerità deve servire a qualcos’altro.

Da ciò segue quanto viene detto nel Capitolo 11, ossia che l’austerità che la Germania cerca d’imporre a tutta l’Europa è solo apparentemente “irrazionale” e che proclamarne ad ogni piè sospinto l’“irrazionalità” giova a poco. L’austerità infatti, è perfettamente conforme agli scopi veri (ancorché inconfessabili) che si propone. Nella sostanza:

  1. indebolire i lavoratori (senza sostanziale distinzione tra centro e periferia) in modo da aumentare i profitti per unità di lavoro pur diminuendo quelli totali;
  2. far sì che i capitali dei Paesi forti (Germania, manco a dirlo, in primis) possano fare “shopping a buon mercato” a spese di quelli dei Paesi più deboli. Infatti, gli Autori ci ricordano, a p. 87, che: “[…] le autorità di politica economica e monetaria agiscono da «regolatori» di questo conflitto tra capitali forti e capitali deboli. Se all’interno della Banca centrale e tra le istituzioni europee prevale la linea dell’austerity, non solo i bilanci pubblici, ma anche i bilanci delle imprese e delle banche private situate nei paesi periferici registrano le perdite più ingenti e, se la caduta dei loro capitali oltrepassa un certo limite, potranno diventare oggetto di acquisizioni estere a buon mercato”.

Insomma, c’è del metodo nella (apparente) follia che stiamo vivendo!

I Capitoli 14 e 15 sono la parte più interessante del libro, a parere dello scrivente.
Il merito fondamentale del primo di questi Capitoli è, infatti, quello di infrangere il tabù de “l’indiscutibilità del liberoscambismo”. Gli Autori ci ricordano, a p. 106, che, da un punto di vista teorico, sono proprio gli economisti mainstream ad affermare che, in certe condizioni, gli stessi teoremi del paradigma dominante favorevoli al libero scambio perdono di validità. Quali condizioni? La presenza di non piena occupazione, ossia per dirla nei termini del mainstream: di disoccupazione superiore al “livello naturale”. Ora, con la disoccupazione che, in generale, viaggia nei Paesi OCSE verso tassi a due cifre e raggiunge, per quel che riguarda quella giovanile, livelli insostenibili, il lettore tiri da solo le sue conclusioni. Ma il loro intento va oltre. Si tratta infatti, come essi dicono esplicitamente a p. 109 (e ripetono in forma leggermente diversa a p. 111), “di delineare un autonomo punto di vista del lavoro nello scontro interno agli assetti del capitale, tra fautori del protezionismo e difensori del libero scambio” (corsivo aggiunto). Ossia, come spiegano appena più sotto: cercare di “arrestare i capitali” invece di “arrestare gli immigrati”. Qui sta il nocciolo della questione: limitare, controllare, i movimenti di capitale. Ma gli Autori, ancora una volta, vanno oltre lasciando intendere che, sebbene essi abbiano nel mirino soprattutto i movimenti di capitale, l’imposizione di limiti a questi ultimi potrebbe portare con sé anche il ritorno di controlli sui movimenti di merci. Si intenda: di vere e proprie misure protezionistiche. Quest’ultimo argomento viene sviluppato soprattutto nel Capitolo 17, in cui si pone in relazione un’eventuale disintegrazione dell’eurozona con la rimessa in discussione del mercato unico e si dice testualmente (a p. 130): “I paesi periferici estromessi dall’euro potrebbero cioè vedersi a un certo punto costretti a introdurre […] dei controlli sui movimenti di capitali e al limite delle merci” (corsivo aggiunto). In questo caso, pur non avendo molto da eccepire dal punto di vista “astratto”, ci pare che potrebbero esserci dei problemi qualora si volesse tentare di implementare “concretamente” tale posizione. Infatti, in un mondo di filiere lunghe, in cui le merci vengono fabbricate un pezzo qua e un pezzo là, non c’è nessuna garanzia che un bene etichettato, p. es., “made in Germany”, sia stato effettivamente prodotto in Germania; Sapir,13 per rimanere all’esempio della Germania, che però è molto rilevante per il discorso che si sta facendo, parla, a questo proposito, del passaggio dal “made in Germany” al “made by Germany”, intendendo con quest’ultima espressione le merci prodotte da capitali tedeschi investiti però nei Paesi satelliti della Germania – fondamentalmente i cosiddetti “nuovi entrati” nell’UE.
E dunque, come potersi “proteggere” nel caso in cui saltasse la moneta unica? Come poter minacciare, credibilmente, di far saltare anche il mercato unico (ossia, fuor di metafora, i mercati di sbocco della Germania), cosa che gli Autori sembrano auspicare nel cap. 17, quando non solo la circolazione ma anche la produzione delle merci è inestricabilmente amalgamata non solo a livello mondiale, ma anche a livello europeo??
L’interesse fondamentale del secondo dei Capitoli di cui sopra, invece, risiede nel fatto che esso contiene la parte più innovativa delle proposte di politica economica avanzate dagli Autori. È ciò che essi chiamano “standard retributivo europeo”. Vediamo di spiegare di che si tratta.
Gli Autori ci dicono, alle pp. 113-114, che tale proposta si basa su tre pilastri:

  1. che sia garantita, da parte dei Paesi aderenti all’eurozona, una crescita minima dei salari nominali che punti verso una tendenziale convergenza della quota salari rispetto al PIL (ossia, come dicono gli Autori, del rapporto tra salari reali e produttività dal lavoro) verso un dato livello “obiettivo”, che fungerebbe da “attrattore” per tutti i Paesi e dovrebbe essere non inferiore a quello corrente in ciascun Paese;
  2. che la dinamica dei salari nominali sia agganciata all’andamento dei conti esteri di ciascun Paese. In particolare: i Paesi caratterizzati da surplus strutturale verso l’estero sarebbero tenuti ad accettare una crescita dei salari nominali oltre quanto stabilisce il primo pilastro;
  3. la cogenza.

Per capire il funzionamento di questo meccanismo, concentriamoci sui primi due pilastri e partiamo dal secondo: esso è pensato in funzione del riequilibrio commerciale. Infatti, una crescita dei salari maggiore della produttività implica un aumento della quota salari rispetto al PIL. E tale aumento può contribuire al riassorbimento del surplus attraverso due canali:

  1. se si accetta l’ipotesi che l’aumento della quota salari si accompagni all’incremento dell’inflazione, il Paese in questione perderà competitività;
  2. la redistribuzione del reddito verso i salariati, giusta la lezione keynesiana, accresce la propensione media al consumo e comporta un aumento della domanda e di conseguenza anche delle importazioni.

Il pilastro numero 1, invece, opera in chiave di redistribuzione sociale e cerca di favorire il passaggio da un mondo di “bassi” a un mondo di “alti” salari.
Ma, si potrebbe obiettare, un capitalismo trainato dai salari è una contradictio in adiecto. Inoltre, si potrebbe continuare ad obiettare, per far partire quel “potente motore” della domanda effettiva, che pure gli Autori dichiarano, sin dall’Introduzione, di voler accendere, è necessario fondarsi sulla spesa basata componenti autonome della domanda. Cominciamo a rispondere alla seconda obiezione: se abbiamo ben compreso il pensiero degli Autori, essi individuano la necessaria componente autonoma della spesa nell’intervento pubblico, tanto da parlare, a p. 126, testualmente di: “motore pubblico dello sviluppo economico” (ne parleremo più diffusamente tra poco, analizzando il cap. 16). Inoltre, per venire alla prima obiezione, il passaggio da un mondo di “bassi” a un mondo di “alti” salari potrebbe (e, nell’ottica complessiva degli interventi suggeriti dagli Autori dovrebbe) mettere in moto un processo cumulativo di stampo kaldoriano. Cosa succederebbe? Succederebbe che aumentando i salari aumenterebbero le importazioni di ciascun Paese dell’eurozona. Ma, in una zona commercialmente integrata quale è la zona euro, in cui molti dei Paesi partecipanti commerciano soprattutto tra di loro, l’aumento delle importazioni di ciascun Paese causerebbe (anche) l’aumento delle esportazioni di tutti gli altri. Ma l’aumento delle esportazioni a sua volta porterebbe all’aumento della produttività,14 il quale, fermo restando il primo pilastro dello “standard”, farebbe aumentare ancor più i salari, per poi far ripartire di nuovo tale meccanismo di causazione circolare e cumulativa. Si tratterebbe insomma di un “circolo virtuoso” esattamente speculare al “circolo vizioso” (e alla lunga insostenibile) che l’Europa si sta auto-imponendo con l’austerità. Ci sembra che la proposta degli autori sia logicamente coerente e teoricamente ben fondata, insomma assolutamente non peregrina.
Ancora una volta, le eventuali obiezioni vanno ricercate su altri piani. Gli Autori, in effetti, si scagliano qua e là, nel corso dello scritto, contro gli economisti di formazione “normativa e kantiana”, ossia, traducendo in prosa, contro coloro che pretendono di adeguare “l’essere” della situazione sociale data al “dover essere” della loro “morale astratta”. Salvo poi, dopo aver presentato la loro proposta di “standard”, ammettere, a p. 117: “Naturalmente, una tale carica innovativa solleva un problema: nell’attuale scenario politico europeo, come ci si può illudere che questo tipo di proposta trovi occasioni effettive di applicazione? La risposta è scontata: non ci si può illudere […]” (corsivo aggiunto). Ecco, ci piacerebbe sapere per quale motivo, date le attuali condizioni sociali-storiche e l’evidente distanza tra ciò che è e ciò che gli Autori propongono, lo “standard” risulterebbe non “normativo e kantiano”.

Veniamo infine al Capitolo 16, l’analisi del quale è, per chi scrive, la parte più difficile e delicata di queste note.
Qui, innanzitutto, gli Autori tirano le fila delle loro proposte di politica economica partendo dalla constatazione di fatto della crisi del regime mondiale di accumulazione trainato dalla finanza. E che si tratti di un fallimento strutturale e non congiunturale, gli Autori ce lo ricordano a p. 120, ove scrivono: “[…] siamo al cospetto di un fallimento del mercato che riguarda le modalità stesse di formazione dei prezzi e di allocazione delle forze produttive tra i vari settori dell’economia”. Di fronte a tutto ciò, secondo gli Autori, persino “il recupero della ricetta keynesiana volgare, fondata sulla spesa pubblica in disavanzo finanziata anche attraverso la creazione di moneta da parte della Banca centrale europea, rappresenterebbe senz’altro un avanzamento verso la soluzione dei problemi” (p. 119). Ma essi, come sempre, sanno andare oltre, spingendosi verso quel keynesismo strutturale di cui spesso ha parlato, tra gli altri, Riccardo Bellofiore.15 Ed infatti, a p. 121, dichiarano: “Occorre insomma comprendere che il problema del livello della domanda effettiva e della produzione e il problema della loro allocazione tra i settori non possono essere disgiunti” (corsivo aggiunto). Da qui la loro proposta più “radicale”: lo Stato deve intervenire nell’economia, ma direttamente e non più in funzione puramente “ancillare” rispetto ai mercati. La logica conseguenza di questa impostazione è un rilancio in grande stile dell’idea di pianificazione (o programmazione) economica (centralizzata). Prima di cominciare a discutere di pianificazione, un chiarimento è indispensabile. A parere di chi scrive, il tipo di intervento dello Stato nell’economia auspicato in generale dagli Autori è concretamente possibile solo in due casi, peraltro mutuamente escludentisi:

  1. una riforma completa e profonda delle istituzioni europee nel senso della creazione di uno Stato a livello federale (e qui bisognerebbe domandarsi se la cosa sia fattibile e/o auspicabile);
  2. nel caso della (purtroppo sempre più probabile) dipartita dell’euro, un ritorno serio e massiccio alla sovranità nazionale.

(Ci sarebbe, in teoria, una possibilità ibrida, data dalla trasformazione dell’euro da moneta “unica” a moneta “comune” e della BCE da banca a “clearing union”, sulla falsa riga del progetto keynesiano di Bancor, cosa che permetterebbe contemporaneamente il mantenimento di istituzioni a livello europeo e il rinnovamento della sovranità nazionale, ma ci pare, data la situazione sociale-storica attuale, più che altro un’ipotesi scolastica.16) In definitiva, le soluzioni prospettate dagli Autori non ci paiono applicabili senza una preliminare ridefinizione della sovranità (se in senso federale o nazionale poco importa). E ora una precisazione. Sin qui abbiamo sostanzialmente appoggiato tutte le proposte di politica economica avanzate dagli Autori. Continueremo a farlo anche ora e ci dichiariamo subito favorevoli, ancorché tatticamente, all’intervento dello Stato nell’economia nei termini da loro auspicati. Perché? Perché, come recita la saggezza popolare: “Piuttosto che niente… è meglio piuttosto!”. Solo che, fedeli (anche) al motto althusseriano: “Ne pas se raconter d'histoire”, vorremmo trarre tutte le implicazioni dalle loro posizioni. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che gli Autori stanno proponendo l’equivalente, aggiornato teoricamente e pensato rispetto al contesto specifico della crisi europea, di una politica socialdemocratica. È altresì chiaro che, storicamente, nessuna politica socialdemocratica ha mai portato nessun sistema sociale al di là del capitalismo. Anzi, essa è servita solo a stabilizzare quest’ultimo e a costringerlo a funzionare in modo, per così dire, progressivo.
Quanto precede si applica mutatis mutandis anche, almeno a parere di chi scrive, alla questione della “pianificazione”, che è, probabilmente, il solo modo razionale per costringere il capitalismo a funzionare (anche) a vantaggio delle classi subalterne qualora esse riescano a ottenere rappresentanza adeguata all’interno delle istituzioni statali (dato che, dobbiamo sempre ricordarci, non esiste il “capitalismo puro” contrapposto alla cosiddetta “economia mista”, poiché il capitalismo è un’economia mista). Ma, dall’ammettere questo al pensare e/o al supporre, come sembrano fare gli Autori, che la pianificazione centralizzata sia un modo (e addirittura l’unico!, si veda la lunga citazione più sotto) per attuare una “transizione intermodale” tra modi di produzione, ce ne corre. In effetti, il concetto di “socialismo di Stato” ci pare non meno ossimorico di quello di “liberismo di sinistra”, come, del resto, la Storia si è ampiamente incaricata di dimostrare. Ciò chiarito, resta il fatto che la pianificazione, date le attuali condizioni sociali-storiche, sarebbe cosa buona e giusta da utilizzare per tentare di uscire dalla crisi e creare un nuovo “regime di accumulazione”.

Arriviamo ora ad un punto del testo che ci ha causato una forte irritazione. Riteniamo che tale irritazione, per poter essere definitivamente superata, esiga di essere espressa senza riserve e fino in fondo. Accade, infatti, alle pp. 122-123, che gli Autori, dopo aver preso le distanze da un possibile uso generico del concetto di “bene comune”, uso che rischia, qualora esso venga giocato in chiave “antistatalista” di (ri)portarci, indipendentemente dalle aspirazioni personali dei suoi proponenti, verso le secche del cosiddetto “social-liberismo”17 se ne escano con la seguente frase: “Non è un caso che i marxisti e i veri protagonisti del movimento operaio novecentesco non si siano mai lasciati sedurre da simili illusioni: per loro, il primo problema è sempre consistito nella presa – graduale o rivoluzionaria – del potere statale, nell’uso delle leve dello Stato per la socializzazione della produzione e nella progressiva democratizzazione delle decisioni economiche. Se dunque una via per il comunismo – e non semplicemente per il «comune» - esisteva, sarebbe passata per forza attraverso la presa del potere. L’idea di una spontanea auto-organizzazione dei rapporti sociali veniva lasciata, a giusta ragione, alle frange più ingenue del movimento anarchico”.
Rileviamo innanzitutto che, purtroppo, gli Autori, o quanto meno uno di essi, non sono nuovi a simili “sparate”.18 Rileviamo inoltre che, come v’è un significato “scientifico” del termine «bene comune», significato a cui gli Autori invitano giustamente ad attenersi, così vi è un significato “storicamente sedimentato” del concetto di «movimento anarchico» che non è in nessun senso quello di cui gli Autori (stra)parlano. Il fatto poi che essi tirino in ballo improbabili anarchici pur essendo chiaro che la loro polemica è rivolta verso i cosiddetti «benecomunisti» va considerata, almeno a parere dello scrivente, un’aggravante piuttosto che un’attenuante. Perché, se è vero che il movimento anarchico in questo disgraziatissimo Paese è ormai (praticamente) defunto, indi per cui le boutades degli Autori possono far indignare solo lo scrivente e (eventualmente) qualche altro “dinosauro” in attesa di estinzione, ciò non di meno esse si situano al di sotto di ogni decenza ermeneutica. Concludiamo questo discorso notando che, comunque, dare “implicitamente” (ma neppure troppo…) del fesso a chi proviene da una cultura politica diversa dalla propria non aiuta certo un possibile dialogo ma rischia, al contrario, di far scattare tutti i meccanismi di “chiusura identitaria”.

Ma, quanto appena affermato, non deve ingenerare nel lettore l’impressione che l’andamento di queste note voglia essere esclusivamente (e neppure principalmente) polemico. Al contrario, al netto di una serie di dubbi, perplessità e irritazioni che abbiamo ritenuto di dovere, correttamente, esternare, crediamo di aver scritto, sostanzialmente, un elogio de: “L’austerità è di destra”, di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella.

 

Note
1 Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, 2012.

3 Con le implicite ma ineludibili implicazioni razziste che tale procedimento comporta: infatti, se, p. es., si pensa che tutti i problemi siano dovuti all’“avidità”, che gli Autori chiamano anche greed, delle banche d’affari/d’investimento e se le più grandi tra tali banche furono originariamente fondate da ebrei, non c’è neppure bisogno di fare ricorso ai vetusti “Protocolli dei savi anziani di Sion” per ottenere… un risultato analogo!

4 Cfr.: http://www.medelu.org/IMG/pdf/Sortie_de_l_euro.pdf ma anche (e soprattutto): Bisogna uscire dall'euro?, Ombre Corte, Verona, 2012.

6 Cfr.: Bisogna uscire, cit., cap. 1, pp. 21-25.

12 Riguardo a questo problema, rimandiamo i lettori desiderosi di approfondimento, cfr.: http://goofynomics.blogspot.it/2012/02/la-germania-e-la-crisi-delleurozona.html.

13 Cfr.: Bisogna uscire, cit., cap. 2, pp. 81-83.

14 Per una spiegazione più dettagliata di questo punto, cfr.: http://goofynomics.blogspot.it/2012/03/cosa-sapete-della-produttivita.html.

16 Ad ogni modo, per una proposta concreta in tal senso, cfr.: http://www.linkiesta.it/crisi-euro-debito-pubblico-unione-pagamenti.

17 Per una prima definizione di “social-liberismo”, cfr. soprattutto l’ultima risposta di Bellofiore all’intervista disponibile al seguente link: http://www.cubpiemonte.org/uploads/documenti/168_intervista_bellofiore.pdf.

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