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09/03/2012

Quella voce roca

Stefano Lucarelli

«Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale […]. Il mondo moderno tende sempre più alla flessibilità, bisogna confrontarsi.» Perché un ministro degli interni si sente in dovere di esprimere un giudizio sul mercato del lavoro italiano? Perché un tecnico appartenete ad un governo tecnico, ex prefetto, donna, classe 43, entra in un discorso che non attiene né alle sue competenze specifiche, né alla sue condizioni materiali? “Struttura mentale”, “salto culturale”, “flessibilità” sono termini che possono senza dubbio essere impiegati senza rinviare ad un significato preciso; parole che possono essere lasciate al di fuori del contesto analitico che è per loro appropriato. Si tratta di un peccato veniale comune, commesso da tutti quando si chiacchiera. Tuttavia i cittadini di un Paese che vive sotto prospettive nefaste, bisognosi di indicazioni di politica economica precise e convincenti, non possono accontentarsi di indicazioni generiche. Il ministro competente sulla materia, è il ministro del lavoro e delle politiche sociali il quale già in dicembre ha annunciato che: « un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi haibisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iper-protetto». Sono parole che, se lette attentamente, presuppongono una procedura ben diversa rispetto a quella implicita nelle parole del ministro degli interni: qui si tratta di agire prima sugli ammortizzatori sociali in grado di far emergere dalla disoccupazione il moderno esercito industriale di riserva, poi di costruire un contratto unico che riduca le protezioni di vecchia generazione (correttamente non si utilizza il termine posto fisso, poiché l’economista onesta e preparata sa bene che la crescita non è correlata significativamente al grado di flessibilità presente sul mercato del lavoro); si sbeffeggiano i disoccupati dipingendoli come eterni adolescenti, si cancella ogni riferimento agli ammortizzatori sociali e si ordina – senza possibilità di appello – l’applicazione immediata di una sanzione, di una pena da scontare unica strada verso la salvezza (pare di aver di fronte l’inquisitore che non crede in Dio raccontato da Ivàn Karamazov).

D’altro canto è innegabile che una struttura complessa, come quella che caratterizza l’attuale governo tecnico in Italia, ha bisogno di una certa coesione. In questo strano Febbraio 2012, in cui le temperature meteorologiche sono state caratterizzate da una volatilità superiore rispetto a quella dello spread tra BTP italiani e bund tedeschi, l’aspetto tecnico del governo Monti può probabilmente essere colto in profondità. Esso consiste in fondo nell’applicazione di pesi e contrappesi in grado di disciplinare la macchina governativa, e dunque la cittadinanza: laddove un ministro pone le basi per un provvedimento che mal si concilia con l’assetto del consiglio dei ministri, ecco scattare una funzione di controllo. Il ministro degli interni funge da disciplinatore, da leva in grado di agire sull’ingranaggio meno coordinato, forza l’opinione pubblica e – per ironia della sorte – lo fa con la voce roca e mascolina di una donna prefetto, un funzionario impiegato per centralizzare e rafforzare il potere esecutivo.

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