> OSSERVATORIO / I libri ci guardano: Jonathan Wolstenholme

05/01/2012

I libri ci guardano: Jonathan Wolstenholme

Alberto Castoldi

Jonathan Wolstenholme, artista britannico nato nel 1950, ha esplorato l’universo dei libri. Ciò gli ha consentito di metterci al corrente di una sorprendente scoperta: accanto al nostro mondo vive, in uno spazio collaterale, imbricato con il nostro, quello dei libri, modellato sul nostro, sempre che non sia avvenuto il contrario, ma c’è da credere che siano cresciuti assieme, con reciproche influenze. Esiste dunque una quotidianità dell’esistenza libresca, molto simile alla nostra (ci osservano?), e che Wolstenholme documenta con spirito analitico, da perfetto antropologo.
Si tratta di oggetti animati, ricoperti per lo più da rilegature antiche, rigide e variamente colorate Come i Patagoni di cui parla Vico non hanno una testa, questa forma un tutt’uno con il corpo, il testo. Né questo ci stupisce più di tanto, data la familiarità che abbiamo con i manichini, prigionieri nelle teche trasparenti delle vetrine, da cui ci “guardano”, e ci seducono.
I libri di Wolstenholme al mattino indossano le scarpe, si guardano allo specchio, capitano anche a loro piccoli incidenti come scivolare su una buccia di banana, non disdegnano i piccoli piaceri, come bere un bicchiere di vino, giocare a carte, a scacchi, o a domino, e fumare la pipa. Naturalmente svolgono lavoretti ch arricchiscono la loro peculiarità: c’è chi fa incisioni, che poi assimilerà, chi compiaciuto osserva le farfalle che contiene nelle proprie pagine, chi studia i fossili che sono oggetto del suo sapere. Sanno benissimo di stare recitando, dopo tutto, per cui si divertono anche manovrando come burattini altri volumi.
In fondo sono tutti degli intellettuali, ovviamente, e come tali si comportano: certo si frequentano, e si leggono a vicenda. Ma la loro attività preminente è la scrittura, ciò che richiede l’ausilio di una bevanda e di molte sigarette, anche se non esitano ad avvalersi di ghost writer. Questa attività si accompagna però ad una litigiosità estrema (ma è nota la “battaglia dei libri”!). I libri, dunque, esattamente sull’esempio degli intellettuali, si pugnalano alle spalle, si trafiggono con le penne, si strappano le pagine, vengono alle mani. Ossessionati dalla competizione con i grandi, sono perseguitati ad esempio dal fantasma di Dickens, salvo giungere a tarda età, ormai sbrindellati, a interrogarsi sulla morte, sempre scrivendo, ma contemplando come Amleto un teschio. Il destino finale sarà quello di essere accolti in un piccolo cimitero, un altarino di scritti e barattoli. Non è tuttavia pessimistico l’atteggiamento di Wolstenholme, nei confronti dei libri come nostri doppi, ma anzi molto complice, fino alla tenerezza: li ama proprio perché li vede come interpreti di tutte le nostre passioni ed i nostri difetti. Se le carte marmorizzate che adornavano  i libri nel Settecento volevano farsi interpreti, già ad apertura di volume, del loro carattere, i libri rilegati di Wolstenholme sembrano rispecchiare, e dobbiamo quindi supporre, racchiudere, la parte più intima della nostra umanità.

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